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Veneto - Padova - Clinica Ginecologica e Ostetrica - Il 2TC di Francesca Garofalo

Carissime, voglio raccontarvi una storia...

Avrei voluto fosse una storia di parto in casa, invece sarà la storia di un parto in ospedale.

Avrei voluto raccontarvi la storia di un parto naturale, invece sarà la storia di un taglio cesareo.

Avrei voluto raccontarvi di una donna forte, capace di gestire il dolore, istintiva, animalesca, invece dovrò raccontarvi di una donna che non riesce a lasciarsi andare, molto tradizionalista e anche un po' piagnona.

La storia che ho sempre voluto più di ogni altra cosa raccontare è la storia di un bambino sano e bellissimo e di una mamma felice e serena per le scelte, tutte le scelte, che ha fatto...e questa penso proprio di potervela raccontare...

Alle tre e mezzo della notte tra martedì e mercoledì tredici luglio, mi sveglio perchè ho delle contrazioni. Non sono tanto forti, ma quel che basta per svegliarmi. Sento una sensazione strana. Vado in bagno e scopro che sto "perdendo il tappo" (con Leonardo l'ho perso due giorni prima che iniziassero le contrazioni). Sono contenta, un po' emozionata ma cerco di prenderla con filosofia: ci vorranno giorni. Certo che...ahia! No, no, sopportabilissime, non fare la piattola! Cerco di dormire, ma un po' l'emozione, un po' un dolorino alla schiena che non mi permette di trovare una posizione...Leonardo si sveglia, vuole la mamma, vado da lui e me lo bacio tutto. Sono i suoi ultimi tempi da figlio unico. Mi viene una specie di nostalgia, mi commuovo, mi faccio il piantino. Leonardo si riaddormenta, cerco di nuovo di dormire, ma niente. Intanto le contrazioni si intensificano. Verso le cinque riempio la vasca da bagno e ci entro. Oh, che meraviglia! L'acqua calda dà sollievo alla schiena. Con l'orologio guardo le contrazioni. Sono ogni otto minuti, durano un minuto intero. Bene, sono efficaci. Alle sei e mezzo decido di chiamare P., la mia ostetrica. Le spiego cosa stava succedendo e lei mi dice che parte con calma. Intanto io torno nella vasca che ci sto tanto bene. 

Verso le otto e mezzo arriva P., siamo ancora molto indietro. Esco dalla vasca e mi rimetto a letto. Tra una contrazione e l'altra ci mettiamo a chiacchierare. Apprezza la mia biblioteca sul parto. Ho tutti i libri in commercio! Il tempo passa ma è ancora il periodo prodromico.

Il travaglio "vero" comincia verso mezzogiorno. Io sono un po' scoraggiata, soprattutto per il mal di schiena e per la notte in bianco. Mangio un po' di pane e marmellata, ma non ho fame. Andiamo a farci un giretto in giardino. C'è un caldo allucinante e anche le zanzare, ma camminando si sta decisamente meglio. Quando arriva la contrazione mi appoggio al muro e ondeggio il bacino. Sono tutta sudata, siamo a sei cm. Torniamo a casa e cerco di riposare. Le contrazioni sono da manuale ma il dolore di schiena sta diventando sempre più forte. Non riesco a trovare una posizione. P. mi fa sedere a cavalcioni su una sedia e mi fa un massaggio con l'olio. Sono tesissima, la schiena è tutta contratta. Secondo lei il travaglio va per le lunghe a causa di questa contrattura. Io comincio a non riuscire a pensare altro che al male. Cerco di rilassarmi, di pensarmi nel mare della Sardegna, di pensare a al bambino, di dirgli di scendere, ogni contrazione penso che ci stiamo avvicinando.

Visualizzo fiori che si schiudono, caverne, la cervice che si apre. Cammino per la casa. Mi sento sì un animale, ma in gabbia. Arriva la mia amica Sara. Non riesco a lasciarmi andare. Penso a Leonardo. Chi lo va a prendere? Come starà? Penso al fatto che nessuno in casa ha cenato...avranno fatto pipì? Tutti mi sgridano e mi dicono che devo pensare a partorire. Tra lamenti e mugolii arrivano le sette e trenta della sera. Mentre P. mi visita il sacco si rompe. Siamo sul letto senza una traversa, senza un asciugamano...che tordi tutti quanti! Sara e Paolo asciugano il materasso con il phon. Sono a otto cm. Ci viene un po' di entusiasmo, mi alzo e passeggio. Il mal di schiena sta diventando insopportabile. Ora posso tornare in vasca ma non trovo pace. Mi siedo sul gabinetto, mi rialzo, mi risiedo. Dopo un po' P. mi rivisita, siamo a nove. La cervice non c'è praticamente più. Non sento il bisogno di spingere?? Io sento solo il bisogno che questo dolore terribile alla schiena finisca, anche solo per un attimo. Ho bisogno di una tregua, Alessandro dammi una tregua.

Sono sfinita e demoralizzata. Mi dicono di incazzarmi, di tirare fuori la grinta, la voce. Urlo, ma non riesco a rilassare la schiena. L'ostetrica e Sara vanno a farsi un giro. Resto sola con Paolo. Ad un certo punto esplodo "Vorrei solo che mia madre mi dicesse che sono brava". Trovato il problema. Il giudizio dei miei arriva anche a trentaquattro anni, tagliente come una lama...ecco cosa mi toglie le energie!

Torna Paola e mi rivisita. Ormai sono due ore e mezza che siamo fermi, non si può più stare a casa...ospedale. Sì, ma quale? A Padova sarà cesareo. Secondo P. mi serve ossitocina. Io la guardo come se avessi visto un fantasma. Mi dice “ Vuoi fermarti adesso?”. Io non sono molto lucida, cerco di pensare velocemente. Il bambino sta benissimo. Io, a parte il dolore sto bene. Potremmo andare anche a Gavardo, volendo. Io non me la sento di viaggiare in macchina, non voglio l'ossitocina. Se non va spontaneamente farò il cesareo, questo ho giurato a me stessa e a mio figlio. Si va all'ospedale più vicino, Padova, piena di dubbi.

Chiamo mio padre e lo avviso. Il viaggio più lungo della mia vita. Ogni tombino è una sofferenza. Arriviamo in ospedale, vi risparmio i dettagli, un'esperienza da dimenticare. Durante l'intervento il medico si accorge che il bambino è posteriore ed è incastrato nelle pelvi. In questo modo non sarebbe mai sceso, sono quindi contenta della scelta del cesareo. Non ho fatto rischiare nulla né al bambino né a me con l'ossitocina. Sono serena, anche se ovviamente mi dispiace per un secondo figlio nato con nove cm di dilatazione e un cesareo e per l'esperienza di nuovo mancata di un parto naturale. Alessandro nasce alle 23.55 del 13 luglio 2005. Pesa 3.960 g, sta benissimo, è bellissimo...se solo la storia finisse qui...

 

Il ricovero

Quando è stato chiaro che Alessandro sarebbe nato con cesareo (chiaro a me, nella mia testa), ho deciso di andare nell'ospedale più vicino a Padova, in clinica ostetrica: ne fanno tanti, lo sapranno fare un cesareo. Mi sbagliavo, ma andiamo con ordine. Ci presentiamo in sala parto, sono in travaglio e ho un mal di schiena da paura. Ululo ogni volta che arriva la contrazione, non perchè siano forti, ma perchè mi fanno superare la soglia di sopportabilità del dolore alla schiena. Voglio solo un'anestesia...sbatterei la testa contro il muro...L'ostetrica P. entra con me e preannuncia che sono dilatata di 8/9 cm, sacco rotto, testa adagiata. Mi fanno mettere in sala travaglio, mi attaccano il monitoraggio, mi mettono una flebo e arriva la specializzanda che mi visita (un po' brutalmente..) "Questi sono 5/6 cm e sento ancora le membrane". Confermo che il sacco si è rotto, indubbiamente. Lei mi guarda con l'aria saputa "Ma io sento le membrane". Avrei voglia di risponderle che per me può sentire anche le campane, ma entra il Professore, un po' scocciato perchè sono le dieci di sera e arriva una precesarizzata già in travaglio (ovviamente lo sanno tutti che le precesarizzate si trattano da cesarei programmati verso le undici del mattino dopo una buona notte di sonno e un caffè) e con aria molto professorale si infila i guanti e mi visita. "No, 8/9 cm, sacco rotto, testa adagiata". Il Professore non capisce come mai sono lì a scocciare loro chiedendo un cesareo a gran voce quando sono così avanti con il travaglio, ma in realtà non gli interessa minimamente quello che avrei da dire. Arriva l'ostetrico. A quel punto in sala travaglio ci siamo io, Paolo (mio marito), P.(la mia ostetrica), due allieve ostetriche, il professore, la specializzanda e l'ostetrico, e mi scuso con chi non ho nominato. L'ostetrico esprime le sue perplessità. Ci sono due diagnosi diverse. Il Professore invita l'ostetrico a "infllare due dita dentro per verificare": 8/9 cm, sacco rotto, testa adagiata. Discussione sul cesareo. Arriva mio padre. Il medico mi chiede se può parlare con mio padre (Quanta grazia! Non mi ha chiesto il permesso di infilarmi le dita ma per parlare con un estraneo ci vuole il consenso). Consenso accordato e almeno uno si leva dai piedi. Visto che ci siamo la specializzanda, con la scusa che ci potrebbero essere stati dei progressi, mi rivisita: forse voleva sapere cosa significano 8/9 cm, testa adagiata e sacco rotto e fanno 4 visite nello stesso quarto d'ora. La lettura degli esami clinici e soprattutto il girare la pagina per trovarli tutti deve essere un esame dell'ultimo anno di specializzazione perché la specializzanda non si raccapezza e continua a farmi domande su allergie, malattie, farmaci che prendo ecc. Io non ho il fiato nemmeno per mandarla a quel paese. Paolo e P. le fanno notare che ho fatto la visita anestesiologica e c'è scritto tutto. C'è scritto anche nome cognome telefono eccetera ma evidentemente sono scritti in cirillico, perché Paolo li deve ripetere più volte. Finalmente li convinco che è meglio il cesareo.

Il cesareo

Pronti in sala operatoria. Non hanno fatto entrare né P., né mio padre...mi sento un po' persa e un po' agitata. Mi tranquillizza vedere che il lettino sembra meno simile a quello dei condannati a morte in Texas di quello che ricordavo. Mi fanno mettere seduta a gambe incrociate per fare l'anestesia spinale. Orco, arriva una contrazione.  "Signora stia ferma!" E' una parola, fatevi voi una contrazione a gambe incrociate e ripiegate su voi stesse: comunque fatta, un pizzichino e l'anestesia è fatta, mi rimettono giù. L'altro mio incubo, quello di essere legata, non si verifica: sul braccio sinistro mettono il misuratore di pressione e mi fermano il braccio contro il corpo con un lenzuolo: di fatto non lo posso muovere, ma fa un effetto diverso di una cinghia al polso. Nel braccio destro ci sono le flebo: nonostante due buchi la vena non "butta bene", decidono quindi di prenderne un'altra, altro buco. Montano un telo verde davanti ai miei occhi, sento l'anestetico che fa effetto e mi godo per un attimo la sensazione dell'assenza di dolore. Mentalmente parlo ad Alessandro, gli dico che tra un po' ci vediamo, che va tutto bene. Sento che parte l'elettrobisturi, sento anche che mi sto agitando. Chiedo all'anestesista, una ragazza che sembra giovanissima, di parlarmi, per favore e di descrivermi cosa sta succedendo. L'anestesista mi parla, ma non mi dice granchè, sento che il medico sbuffa e borbotta, sta parlando con il secondo: chiedo all'anestesista se stia facendo lezione, non sento bene quello che dice, in sala operatoria ci saranno almeno una quindicina di persone. "Lezione? Ma si figuri." "Se parlasse a voce alta potrei sentire anch'io". Sento che il medico è innervosito, sbuffa e borbotta, sembra preoccupato, la mia agitazione cresce. Leonardo era stato tirato fuori in pochi minuti, qui ne sono già passati venti e stanno ancora ravanando... "C'è qualcosa che non va?"  Esprimo a voce alta le mie perplessità. "Ci sono un sacco di aderenze, devo procedere lentamente, signora si rilassi, non sono problemi suoi". Non sono problemi miei? Quella è la mia pancia e dentro c'è mio figlio, secondo me sono proprio problemi miei. Mi mordo la lingua. Sarà possibile ritardare il taglio del cordone? Lo chiedo all'anestesista che mi guarda strana "E perchè mai, signora?" Capisco che è una partita persa...Ecco il bambino!! Mi passa davanti, tenuto come un coniglio, nessuno che dica neanche un "Congratulazioni, un maschietto" o cagate del genere... tutti si affannano, nessuno parla con me, non me lo fanno vedere, lo portano all'isola neonatale, non riesco a vederlo. Continuo a chiedere di vederlo, fatemelo vedere! Sta bene? Piange come un ossesso e io con lui. Fatemelo vedere! "Signora ci lasci lavorare!" Non sono molto lucida e comincio a pensare che ci sia un problema, che non abbia tutte le braccia e le gambe, che non respiri (ah, no, sta piangendo...respirare respira...), lo vedo passare mentre lo portano a pesare e registro due braccia e due gambe, ma perchè non me lo fanno vedere? Me lo mettono davanti alla faccia, tutto avvolto nel lenzuolino e già lavato e stirato. "Amore c'è qui la mamma..." Ma l'hanno già portato via, fuori dalla stanza. "Lo portiamo al papà." Vabbè, portatelo...Chiedo se sia già uscita la placenta e se posso vederla, mi guardano come se avessi chiesto un milione di euro. "La placenta? L'abbiamo buttata via!" Ma l'avranno buttata lì, mentre penso queste cose vedo una siringa che si infila nella flebo. Il mio ricordo seguente è quando mi hanno messo il cerotto sulla ferita...mi hanno sedato! So che il bambino è stato portato a Paolo che l'ha tenuto un po' e poi P. lo ha preso per riportarlo in sala operatoria. So che la sua intenzione era di portarmelo e farlo anche attaccare, ma quando è entrata mi ha trovato addormentata, ha chiesto come mai mi avessero sedato e il medico gentilmente ha risposto "Rompeva troppo le scatole". Appena riprendo fiato chiedo che mi facciano vedere il bambino, ma il bambino è già al nido. Un'ostetrica simpatica mi spiega che se avessi fatto il cesareo programmato ci saremo potute mettere d'accordo per farmi attaccare subito il bambino al seno. "Sa, io ho fatto il corso dell'Unicef sull'allattamento.". Stronza! Mi portano fuori dalla sala parto e rivedo Paolo, mio padre e P. che mi dice che mi hanno sedato (fino a quel momento non me ne sono resa conto) e che il medico ha detto che il bambino era incastrato e che non sarebbe venuto fuori neanche con l'ossitocina. Provo un sollievo incredibile, ho fatto la cosa giusta. Chiedo del bambino, parte il gioco delle somiglianze, mi dicono quanto pesa. Mio padre chiama mia madre al telefonino e me la passa (a sua insaputa), risento la voce di mia madre dopo due mesi che non ci parliamo "Come stai?" "Bene" "Pensa a rimetterti in forze". Poi se ne vanno tutti via, io ritorno nel corridoio della sala parto, l'anestesia se ne sta andando, ho male dappertutto, la schiena, la pancia. Ogni tanto mi assopisco, ogni tanto mi svegliano per massaggiarmi l'utero, cambiarmi l'assorbente. Passano due ore, si va in reparto. Appena arrivo in reparto mi accolgono tre infermiere. "Emocromo urgente!" "Ma me l'hanno fatto anche in sala parto, è appena arrivato". "Ma noi siamo un'altra parrocchia, mi firma qui l'autorizzazione al prelievo per l'HIV per domani mattina?". Non ho la forza di protestare che l'HIV l'ho fatto un mese fa, anche tutti questi emocromi (la mattina dopo ne faranno un terzo) ecco come se ne vanno i soldi pubblici nella sanità! "Posso chiedervi, per cortesia di farmi vedere il bambino? Non l'ho ancora visto". "Ma no, signora  a quest'ora dormono tutti domani mattina". Dormono tutti? E mio figlio? Non ci devo pensare? Mi portano in camera, c'è un'altra donna, che comunque non dorme, anche lei cesareo. Non mi lavano (alle altre l'ho sempre visto fare), mi cambiano i panni e le flebo, buonanotte. Alessandro me lo portano alle sei del mattino, urlante, non ha mai smesso per tutta la notte. Appena lo prendo in braccio si calma e si attacca al seno tranquillo. 

Epilogo

La ferita del cesareo si è infettata. Tolti i punti, si è riaperta, poi si è rimarginata in alcuni punti lasciando due "valvole di sfogo" da cui ha continuato a uscire prima pus poi siero per quasi un mese. D'altra parte cosa aspettarsi da una sala cesarei in cui la zona sterile è divisa da quella non sterile da...una riga gialla disegnata sul pavimento?!

E poi? Dopo qualche tempo è arrivato finalmente un bellissimo HBA2C (parto in casa dopo 2 cesarei) ma a questa storia dedicherò delle pagine a parte.

 

L'HBAC di Francesca è raccontato qui: 

Toscana - L'HBAC di Francesca Garofalo

 

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