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Liguria - Genova - Osp. San Martino - Il 2TC di Paola Lattanzi

LA NASCITA DI ESTER

Faccio prima una premessa. Tante di voi hanno già conosciuto quanto fosse forte la mia determinazione al VBAC. Determinazione mista a lucidità e consapevolezza delle mie capacità e di quelle del mio corpo. È stato un percorso lungo, cominciato subito dopo la nascita di Greta: un modo per curare la ferita di quel tc è stato prepararmi per bene e per tempo a un finale diverso. Già sapevo cosa avrei voluto e con quale spirito. E, in questa seconda gravidanza, ho coltivato quella determinazione a volere il VBAC e quella lucidità che mi avrebbe permesso di affrontare in modo diverso quel finale da me aspettato e voluto. Però mi sono anche lasciata una parte per il “e se le cose non vanno come desidero?”. Ho lavorato anche su quello, arrivando alla conclusione che c’era un unico motivo che poteva farmi ripetere un secondo tc, e cioè una sofferenza della mia bambina (sofferenza che fosse dichiarata e certa, non come prima scusa).

Arriviamo dunque al 12 giugno, giorno della dpp, e, nonostante le contrazioni che avevo da un po’ e sebbene Greta fosse nata una settimana prima, quel giorno non è successo niente. Partono i monitoraggi e due giorni dopo cominciano le contrazioni che arrivano a essere ogni 5 minuti. Io felicissima, ma dopo qualche ora, si bloccano. Comunque ero felice, sentivo che il momento si stava avvicinando e che il mio corpo stava facendo le prove, anche se di Greta aveva travagliato benissimo fino alla fine, la prova generale l’aveva già fatta! Per precauzione il venerdì pomeriggio mando Greta 3 giorni in campagna con la vicina, lei si sarebbe divertita e noi saremmo stati più tranquilli per ogni evenienza. Il sabato sera abbiamo fatto i fidanzatini, cena fuori, cinema, risate e altro (giusto per incentivare!!) e alle 3 di notte mi sveglio con le contrazioni. Partono già ogni 6 minuti, e io felicissima. Non sveglio Eugenio, ho pensato che era meglio che dormisse perché, se erano quelle giuste, doveva essere lucido e in forma. Alle 6 si fermano ma alle 9 ripartono e, questa volta, arrivano alle 4 del pomeriggio a essere ogni 4 minuti. Nel frattempo avevo perso il tappo.

Ecco ci siamo!!! Avverto chi dovevo avvertire per fare in modo che dalla Toscana arrivassero in tempo e andiamo in ospedale.
Contrazioni ogni 4 minuti, mi visitano ma la dilatazione è appena all’inizio. Un po’ delusa, penso che possiamo anche tornarcene a casa. Lo pensano anche l’ostetrica e il ginecologo di turno che, per la seconda volta, è in turno proprio nel momento clou. Prima di decidere però se restare o andare a casa mi fanno il tracciato, ma la sonda non prende bene, quindi un po’ in piedi, un po’ seduta, un po’ a rincorrere il battito, vedo l’ostetrica che non è convinta e va a chiamare il ginecologo, il quale mi dice che il battito è un po’ troppo irregolare, ora vediamo come si sistema e, se non sistema, purtroppo dovrà finire con un tc.
Guardo l’ostetrica allarmatissima la quale mi dice “se vuoi piangere, piangi”. Allora comincio a piangere, e dico che era meglio non essere andati in ospedale, che tanto lui usciva alle 20 e entro le 20 sicuro mi faceva il cesareo, e sarebbe stato regalato. Alchè l’ostetrica, dopo che mi ha fatto sfogare, mi spiega qual è il problema: la bimba ha dei forti cali del battito che non sono rassicuranti. Comunque, in queste condizioni a casa non si va, e sempre quell’angelo dell’ostetrica propone di darmi il letto, farmi cambiare, calmare un po’ e rifare il tracciato a letto con un’altra macchina. E così fanno. Nel frattempo ricompare il ginecologo che cerca di tranquillizzarmi dicendomi che lui ha detto a cosa si potrebbe andare incontro, ma non è detto che finisca così, magari era solo un problema momentaneo e, in altre condizioni, si sistema.
Sdraiata, con le contrazioni, con il tracciato attaccato, con mille persone intorno (tra personale e allieve, specializzandi, ecc.) cominciano i 45 minuti più lunghi della mia vita, con la speranza nel cuore, ma anche tanto agitata, soprattutto per tutte quelle persone intorno, aspetto e spero, sospendo tutto, il dolore delle contrazioni, lo stimolo della pipì, sospendo pure il fiato, non sia mai che possa dare fastidio pure quello al battito. L’ostetrica controlla ma non è convinta, la vedo. All’inizio dovevano essere 20 minuti, poi va a parlare con il ginecologo, il quale dice di fare altri 20 minuti, alla fine passano 45 minuti, io sempre con mille persone intorno, con il fiato ancora sospeso, entra il mio ginecologo, guarda il tracciato e dà la sentenza “Paola, mi dispiace, il battito continua a calare, bisogna fare un taglio cesareo”. 

A quel punto tutto il fiato che avevo trattenuto viene fuori, comincio a piangere, a urlare, a singhiozzare, urlo che abbiamo sbagliato ad andare in ospedale, che tanto lui aveva già deciso che finiva così, prego il mio compagno di portarmi via di lì, urlo a tutti di uscire, che non ne posso più di avere gente intorno, che se ne vadano e mi lascino tranquilla con il mio compagno. Anche lui è disorientato, chiede al dottore spiegazioni, che le cose non gli sono chiare e il ginecologo gli fa vedere il tracciato e gli spiega tutti i cali del battito, fin dove sarebbe normale e fin dove non lo è. E gli sussurra di starmi vicino e di aiutarmi a farmene una ragione, la bimba sta soffrendo, non possiamo aspettare nemmeno troppo. Io continuo a piangere e urlare, che tanto lo sapevo, che abbiamo sbagliato, sempre lo stesso disco, chiedo di stare da sola con il mio compagno ma continuano ad arrivare infermieri chi per l’elettrocardiogramma, chi per prepararmi, chi con la barella. Guardo disperata l’ostetrica, la quale capisce, manda tutti fuori e mi dice, molto seria “Non hai sbagliato a venire. Se venivi più tardi forse non c’era nemmeno il tempo di fare un secondo tracciato. Te lo dico io, che figurati se non vorrei che tu avessi un parto vaginale, ma la bimba sta soffrendo, non c’è altra soluzione e non possiamo aspettare. Ci fosse stato un altro ginecologo si sarebbe fermato solo al primo tracciato, il tuo ha dato altri 45 minuti di possibilità, per favore, fidati di me e non perdere altro tempo”.

Continuando a piangere disperata mi avvicino al mio compagno, per i nostri unici 30 secondi da soli da quando abbiamo messo piede nell’ospedale, lui fa solo in tempo a dirmi “è questo lo stato d’animo con cui accogliamo nostra figlia?”. E poi entra la barella per portarmi su. Continuo a piangere e a urlare di portarmi via, che io non voglio andare in sala operatoria, che io voglio uscire da li, nel corridoio incontro mia mamma appena arrivata, mi aggrappo a lei e le dico “si sono fissati con il battito, portami via da qui”. Lei, con un groppo in gola, mi dice di non piangere e mi portano via.
Nemmeno un bacio con il mio compagno, niente di tutta quell’intimità che c’era stata per Greta, nonostante tutto. Continuo a singhiozzare fino alla sala operatoria. Prima di entrare il mio ginecologo prova a calmarmi dicendo che non sempre le cose vanno come si vorrebbe, purtroppo non si può fare altrimenti. Nemmeno lo guardo, mi giro dall’altra parte e piango, mi portano dentro, per l’anestesia mi devo calmare per forza, riescono a farla tra una contrazione e un singhiozzo e mi sdraio, per la mia sconfitta. 

Poi succede il miracolo, senza più dolori, ormai a operazione cominciata (e quindi senza più niente da fare), comincio un po’ a rilassarmi e a pensare. Penso a tutto il percorso fatto per arrivare fino a qui, a due anni di studio per il vbac, a tutta la mia preparazione, e a quando dicevo che mi stavo preparando pure se fosse stato un altro tc, in modo da non rovinare ancora una volta la nascita di mia figlia. Erano solo parole allora? No che non lo erano, ho lottato, ho fatto tutto quello che potevo, la situazione non mi è stata favorevole, ma io ho fatto tutto quello che potevo. E ho chiuso gli occhi, con il mio perdono e con il pensiero che stava nascendo mia figlia. Li ho aperti quando l’anestesista mi ha informato che c’eravamo quasi, ed eccola lì, passare veloce tra le braccia del neonatologo, l’ho vista per un attimo. E di nuovo lacrime, questa volta di emozione, di commozione, del momento unico che stavo vivendo. 

Dopo l’operazione mi hanno portato in una stanza, in penombra ho visto la scena più bella, il mio compagno con Ester in braccio, che le parlava piano. E tutta quell’intimità che mi era mancata prima l’ho avuta li, noi 3, da soli, per più di un’ora. Ester che comincia a piangere e io che l’attacco al seno, come se lo avessimo sempre fatto, come se non aspettassimo altro. 

Ho saputo dopo che è nata in sofferenza (dichiarata dal neonatologo), l’hanno dovuta ventilare e fare altre piccole cose. E il neonatologo ha detto al mio compagno “meno male sono intervenuti subito, non so cosa sarebbe successo se avessero aspettato”. E in quel momento ho accettato anche il fatto che è andata così, io avevo fatto tutto, compreso il fatto di farla nascere così, anche piangendo e urlando. Certo, mi rimane il rammarico per un’esperienza non provata, ma sono sicura che non l’ho provata fisicamente ma mille volte nella mia mente ho partorito. Anzi, mille volte nella mia mente, e due volte con il corpo, e ora ho 2 sorrisi sulla pancia, 2 sorrisi piccoli per casa, e uno grande, che mi viene dal cuore.

Benvenuta Ester!

 

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