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Toscana - Barga - Osp. San Francesco - Il TC di Silvia Simonini

La data parto era il 17 agosto 2013

Gravidanza meravigliosa...mai stata male. Se non fosse stato per la stanchezza perenne all'inizio e gli “indurimenti” di pancia a partire dal quinto mese, direi che potremmo definirla una gravidanza da manuale. Il mio primo bimbo. Milioni di interrogativi, dubbi, paure, speranze, sogni. Nove mesi passano in fretta e quando arriviamo ad agosto comincio a pensare che, bhè, ci siamo quasi. Tutti ti fermano, ti chiedono, fanno i loro pronostici. Ma tutto è tranquillo. Brando se la sguazza comodo in quel grande pancione e si fa vedere mentre si punta, si inarca, si sposta. Mi fa compagnia in quelle caldissime giornate dove solo mettere a mollo le gambe gonfie nella piscinetta della mia nipotina mi da un poco di sollievo. Passa ferragosto, passa il 17...Ogni tanto qualche doloretto, ma niente di significativo.
Arriva la notte del lunedì 18. Mi sveglio di soprassalto alle 3 e sento che i dolori sono molto più forti. Ebbene sono contrazioni, penso. Si fanno sempre più forti e più vicini. Enrico deve alzarsi alle 4.20 per andare a lavoro e io sto lì ferma nel letto e aspetto di vedere cosa succede. Suona la sveglia e io “Enrico, ho le contrazioni!” e lui, girandosi dall'altra parte come a voler dormire ancora un po' “finché sono solo quelle...”. Alla fine si alza e va a lavoro. Io rimango sola. Sento che è fuori, accende la moto e parte...vado in bagno a fare pipì e mi accorgo che ho perso il tappo! Un sacco di roba gelatinosa e con striature rossastre mi esce da laggiù, le contrazioni sono forti: telefono a mia mamma e le dico che probabilmente dobbiamo andare. I dolori erano così forti che riuscire a prepararmi e chiudere la valigia è stata un'impresa. Ogni tre secondi dovevo appoggiarmi da qualche parte e stringere i denti. Enrico torna a casa e partiamo. Tremo: probabilmente l'agitazione, il dolore, l'emozione. Per la strada però le contrazioni si fanno sentire meno, arriviamo su (erano circa le 5...) e mi portano a fare un tracciato ma...niente, cominciavano a distanziarsi, ad essere meno forti. Mi dicono che la perdita del tappo non è segno di parto imminente e di tornare pure a casa. Ripartiamo. Sono un pochino delusa. Torno a casa, mi metto a letto, neanche più una contrazione. La giornata passa tranquilla e verso sera i dolori ricominciano. Vado a cena da mia mamma perché non ce la farei a preparare niente, quando arriva una contrazione mi blocco, mi pietrifico dal dolore che sento. Sto così male che Enrico non è tranquillo, dice di tornare a fare un tracciato, al massimo ci rimanderanno a casa. Andiamo su, tracciato, ma niente, le contrazioni ci sono ma non ci siamo ancora. Torniamo a casa.


Il giorno dopo, il mercoledì 20 agosto, passa come quello precedente, con dolori molto forti. Sin dalla prima mattina però mi sembra di avere le mutande sempre bagnate: ok è caldo e sudo tanto, ma così...Telefono alla mia ginecologa che mi dice di controllarle ancora durante la giornata e casomai di farle risapere. Torna di nuovo la sera e tra contrazioni forti e mutande bagnate decidiamo di tornare in ospedale. Stavolta però non mi porto la valigia. Già due volte sono tornata a casa a mani vuote, questa volta per scaramanzia la lasciamo a casa. Andiamo su e mi dicono che il sacco è rotto! Probabilmente c'è stata una piccola rottura in alto e praticamente sto perdendo liquido piano piano: ”Ti dobbiamo ricoverare”- mi dicono - “dobbiamo metterti sotto antibiotico”. Io non capisco in quel momento, non ho idea di cosa significhi, cioè, quanto mancherà al mio parto? Mi portano in una stanza da sola, Enrico e mia mamma tornano a casa a prendere la valigia. Mi mettono la cannula per la flebo di antibiotico. Sono un po' agitata e preoccupata. Non vorrei passare la notte lì da sola ma non ho alternative! Una volta sistemato tutto Enrico e la mamma se ne vanno. Io rimango lì da sola. E quando dico da sola intendo veramente da sola. Passano le ore. Io sento un dolore atroce. Non riesco a stare nel letto, mi alzo, mi siedo sulla poltrona ma niente: nessuna posizione sembra darmi giovamento. Ad un certo punto un'infermiera passa davanti alla mia camera e deve avermi visto davvero male perché l'ho sentita dire all'ostetrica “quella ragazza là sta male forte!”. Ma nessuno si fa vivo. Ad un certo punto decido di suonare il campanello. Viene l'ostetrica che mi dice di mettermi sotto la doccia calda per alleviare il dolore “stacci mezz'ora almeno”. Allora mi spoglio, con il mio mega pancione, e mi metto sotto l'acqua. Non trovo molto sollievo. Mi asciugo, mi rivesto, mi metto seduta in poltrona con la testa appoggiata sul letto ma non chiudo occhio per tutta la notte. Troppo, troppo male. Nessuno torna a vedermi. La prima persona che vedo è quella che porta la colazione. Poi arriva mia sorella. Doveva portare Leonardo dal pediatra. Non sapevamo ancora che l'avrebbero ricoverato a Lucca e io non avrei mai e poi mai pensato che la mia sorellona non sarebbe stata presente il giorno del mio parto. Aveva persino spostato le ferie per essere presente. E invece...Fa un saluto e se ne va. Arriva mia mamma. Enrico è a lavoro.

Mi portano in sala parto per farmi il tracciato. A quel punto Enrico era arrivato. Non avrei ma immaginato che da quella sala non avrei rimesso fuori un piede! Mi fanno il tracciato e le contrazioni sono veramente belle toste. Arriva il primario, vuole visitarmi. Mi stendo sul lettino. Dice che sono di un paio di centimetri, toglie la mano e...ecco che il sacco si è rotto davvero! Fa giusto in tempo a fare un salto indietro per non essere travolto da un'onda anomala che esce dal mio corpo! Non credevo di contenere tanto liquido! Chiedo quand'è che posso mettere il sondino per fare l'epidurale. Mi dicono che c'è tempo. Mi riattaccano al tracciato, seduta in poltrona. Ad ogni contrazione mi viene da spingere i piedi contro le gambe di Enrico. Le sento tutte nella schiena, in basso. “Anche la tua nonna diceva di sentirle tutte lì” diceva la mia mamma. Passano ancora un paio d'ore e io sono molto stanca: non avevo mai mai dormito ed erano ore che pativo così. Finalmente mi dicono che posso mettere il sondino. Mi sposto nella stanzina accanto (sempre con la mia flebo di antibiotico al braccio!). L'anestesista è un mio compaesano, sono contenta di trovare una faccia conosciuta. Mi dice di stare immobile, praticamente impossibile con i dolori che sento. Comincia a bucare. Non riesce a trovare lo spazio giusto. Dice che ho le vertebre schiacciate, che è difficilissimo trovare dove inserire il sondino. Io gli dico “Guarda, fammi pure 100 buchi, ma fammi questa anestesia perché non ne posso più!”. Mi fa 8 buchi. Alla fine ce la fa e mi riportano in sala parto, sono circa le 11.30. Quando l'anestesia comincia a fare effetto mi sembra di rinascere, sento le contrazioni ma non il dolore. Vedo sul tracciato 200 e io non sento niente! Oddio che relax, non mi sembra vero. L'ostetrica passa ogni tanto. Mi dice in continuazione “dormi, riposati, dormi, riposati che poi devi faticare...”. Mah...andrà bene che me ne sto tutto il giorno qui seduta o stesa...

Intanto so che fuori nella sala d'aspetto c'è già qualcuno che attende. L'epidurale fa talmente effetto che mando Enrico in camera a prendermi i trucchi e lo spazzolino. La mattina mi avevano fatto andare così, al volo, che non mi ero truccata. Io struccata? Quando mai? Dovevo forse farmi trovare brutta dal mio bambino?! Vado in bagno, finalmente posso anche lavarmi i denti: questa cosa mi da un sollievo...faccio pipì e quando mi rialzo cade a terra un'altra bomba d'acqua! Ancora liquido? Ma il mio è un pancione o un mega gavettone? Intanto è arrivata un'altra ragazza in travaglio, la mettono nell'altra stanzina. “E' indietro a te” mi dicono.

Passano le ore. Mi rivisitano e sono circa a 5/6 cm. L'epidurale scema un po' il suo effetto e chiedo un'altra dose. L'ostetrica ripete la solita litania: “Dormi, stenditi, riposati, dopo devi fare fatica e non ce la fai”. Io ci provo a dormire ma sono troppo emozionata/agitata per riuscirci. Enrico invece si fa un pisolino. Sono contenta, mi dispiace farlo stare lì tutte quelle ore, ogni tanto glielo dico e lui mi dice che son scema! Fuori il manipolo si riduce: la mia ginecologa passa a trovarmi e per fortuna dice a tutti di andare pure a casa che ce n'è ancora per un bel po'! Mi dicono che mi vogliono fare un po' di ossitocina e sospendere l'analgesia. Le contrazioni si rifanno forti, fortissime. Io credevo che prima o poi mi avrebbero rifatto un po' di analgesia e invece mi sbagliavo di grosso! Non sapevo che mi sarei fermata ad un carico e mezzo! Arriva l'ora di cena (orario d'ospedale). Io mangerei anche volentieri qualcosina, ma l'ostetrica mi dice che sarebbe meglio rimanessi digiuna. “Io te lo dico, poi fai come vuoi, però è meglio se non mangi”. Oh, se mi dice così mi fido. Salto la cena. Quando arrivano all'incirca le 19.30 le contrazioni sono in pieno. E io sento una sensazione nuova: mi dicono che sono dilatata completamente e se voglio posso provare a spingere. Io ero in piedi in fondo al letto. Mi aggrappo alla sponda e spingo. Mi accovaccio e spingo. Spingo con tanta forza. Ma non so mica se si fa così, nessuno mi ha mai detto cosa si fa quando si spinge. Al corso pre-parto ci hanno detto tante cose (inutili) ma cosa fare nel momento in cui si deve partorire proprio l'hanno saltato. Intanto la ragazza che era indietro a me nella stanza accanto comincia a spingere pure lei e urla come una disperata. Io chiedo se per favore possono chiudere la porta della mia sala perché sentire lei mi deconcentra, mi distrae, non mi lascia mettere in contatto con il mio corpo. Non mi accontentano. All'improvviso poi comincia tutto un via vai di ostetriche, infermiere, ginecologhe. Prima non c'era nessuno e ora son saltati tutti fuori?! Dopo un paio di prove in piedi mi dicono subito “No via, non ci siamo! Mettiti sul lettino”. Mi stendo. Il mio corpo è in preda al dolore e all'emozione. So che adesso arriva la parte più difficile ma ce la devo fare. Intanto sento ancora l'altra che urla. Le ginecologhe sono un po' arrabbiate perché stiamo partorendo in due e proprio nell'orario del cambio turno.
L'ostetrica mi dice: “Allora, adesso quando arriva la contrazione tu spingi forte forte verso il basso, e NON URLARE. Se urli perdi il fiato che ti serve. Senti quella là come urla! Sta proprio procedendo male!”. Di fronte a me la ginecologa, l'ostetrica è un gruppetto di infermiere non meglio identificate. Al mio fianco Enrico che mi fa forza. Arriva la contrazione. Io spingo spingo spingo e mi viene da urlare anche a me ma mi hanno detto di non farlo quindi ricaccio tutto in gola. E l'ostetrica mi dice “No Silvia, così non ci siamo eh, non va bene. Devi spingere verso il basso, senti qui, dove tocco io?!” Le sue dita premono dentro di me. Si fa largo con le mani e dice “guarda là, si vedono i capelli! Guarda che capelli neri!”. Enrico si lancia per vedere ma l'ostetrica gli dice che ormai ha richiuso. Le contrazioni si susseguono. Io mi concentro sulle istruzioni che mi hanno dato ma non mi sembra che succeda niente. La ginecologa di fronte a me mi dice: “Senti, ma ti rendi conto che sei qui per partorire tuo figlio? Ti ci devi mettere di impegno, spingi verso il basso e se ci riesci riprendi anche il fiato e spingi due volte durante una contrazione. Non urlare eh!”. Dalla stanza accanto sento ancora l'altra che grida come una folle. “Sbaglia così”, penso io. Poi dopo un minuto si sente un “E' nata! E' nata!”. E' nata? Era indietro a me, ha urlato tutto il tempo e non doveva e poi ha già partorito mentre io sono ancora qui? Comincia a prendermi un sottile sconforto. Glielo avevo chiesto per favore se chiudevano la porta, lo sapevo che questa cosa avrebbe potuto mettermi in crisi. Dall'altra stanza arriva anche l'altra ginecologa e tutte le infermiere. Adesso sono tutti davanti a me. Io continuo a spingere ma mi sembra che nessuno mi consideri. Almeno tre volte ho dovuto “richiamare all'ordine” l'ostetrica dicendole “Ecco la contrazione, arriva, arriva”. Anche Enrico la chiama insieme a me. Sembra che siamo diventati trasparenti, tutti chiacchierano tra di loro come se nulla fosse, mentre io lì in preda al dolore e a tutto quello che si può provare in un momento come quell, che è indescrivibile, continuo a spingere, da sola. Mi sento abbandonata, mi prende l'ansia e lo sconforto: sento di stare facendo tutto nel modo sbagliato, mi sento violata, con tutte quelle persone lì di fronte. Inizio a sentire una fitta tremenda all'anca che mi percorre tutta la gamba. Gli dico che non ce la faccio a tenerla ferma e appoggiata in quella posizione. Mi fa un dolore tremendo e non riesco a spingere come vorrei, ma le mie parole sembrano mute perchè nessuno mi ascolta. La ginecologa chiede che mi mettano dell'ossigeno. L'infermiera non trova la mascherina, allora la dottoressa si arrabbia, le fa un mega cazziatone lì davanti a tutti, davanti a me che aspettavo quell'ossigeno, che intanto sono sempre più spaventata e mi sento sola e abbandonata su quel lettino. Mi viene da tirare le maniglie e l'ostetrica ogni volta mi riprende e mi dice “Spingi! Non devi tirare!” vorrei spostare i piedi su quel poggia piedi ma le infermiere me li tengono fermi. Non riesco più a stare in quella posizione, lo sento che non è la mia, che in quel modo non partorirò mai, ma mi tengono ferma. Una dottoressa decide di provare ad usare il kiwi. Mi dice che abbiamo 3 possibilità per provare. Ok, mi dico. Non so nemmeno cosa sia, ma se può esserci utile...Certo, ripensandoci ora non è che mi sia stato chiesto se volevo provare oppure no, la decisione era già stata presa da loro. Una ginecologa mette il kiwi e vedo l'altra salire su uno sgabellino al lato del lettino. Inizia ad avvitare la ventosa e poi quando era il momento di spingere la ginecologa sullo sgabellino comincia a premere sulla pancia con l'avambraccio e con tutta la forza che aveva...una, due, tre volte...io sentivo un dolore fortissimo e il pensiero di lei che mi comprimeva così il pancione mi terrorizzava! Praticamente non spingevo più e le urlavo: “Ti prego smettila! Ti prego no!!!” e loro continuavano. Dopo vari tentativi mi ricordo di essermi lasciata andare giù sul lettino, sfinita...tremante...

Nella stanza era presente anche la pediatra: stava aspettando che il bimbo nascesse. Si era seduta sulla palla quella che si usa durante il travaglio (e che a me nessuno aveva mai proposto...) e sbatteva il piede a terra ritmicamente sbuffando: “Allora, nasce o non nasce? Io ho anche altre cose da fare eh...se non nasce vado via poi mi richiamate...insomma...uff...”. Io ero senza parole. Avrei dovuto gridarle “Vattene maledetta” e invece non riuscivo a proferire parola. Era tutto fermo. Una delle due ginecologhe mi ha detto ”Credi che il tuo bambino ci stia bene lì dov'è? E' un sacco di tempo che sta lì in quella posizione, può soffrire!” e io: “Vi prego allora ditemi cosa devo fare! Come devo fare! Io non sono capace, aiutatemi!”. Ad un certo punto e sempre la stessa dottoressa: “Sarà meglio fare un cesareo”. Io ero terrorizzata. Il pensiero che il mio bimbo potesse soffrire e che potesse accadergli qualcosa mi aveva paralizzato e quindi dissi: “Si si fatemi un cesareo, tiratelo fuori vi prego!”. Ero disperata, stanca e spaventata. Un'infermiera con una lametta comincia a depilarmi, un'altra dice: “Avverto la sala”. Io tremavo. Ricordo troppo bene questa sensazione di tremore incontrollabile. Le mie mani si muovevano da sole. Nella mia testa ormai solo la paura. L'anestesista mi inietta nel sondino una dose di anestetico. Mi dice di stare tranquilla. Io dico “non sono mai stata in sala operatoria...” e ho paura. Enrico deve lasciarmi. Mi sento sola. Passano alcuni minuti e mi portano in sala operatoria. Tutti quelli che erano fuori ad aspettami si spostano su, io sfilo nella sala d'aspetto sulla barella e ancora sono lì alcuni di loro, li saluto con un cenno. Mi sento impotente, incapace, ma soprattutto ho paura. Entriamo in sala. Una delle due dottoresse mi dice: “Dai Silvia, che per il prossimo programmerai data e ora!”. Qui i miei ricordi si fanno più confusi. Mi legano al lettino le mani come un cristo in croce e da tanto che tremo le sento sbattere sulle assi sotto. L'anestesista si siede accanto a me, è gentile, cerca di tranquillizzarmi. Tutto è pronto. Sento il freddo del disinfettante sulla pancia. Una delle due dottoresse mi dice che stanno per tagliare. Sento un dolore allucinante. Comincio a urlare “Io sento! Sento che state tagliando! L'anestesia non ha fatto effetto!” e loro “E' impossibile, stai tranquilla!”. L'anestesista mi mette una mascherina davanti al viso. Io sento ancora un dolore atroce: sento la pelle che brucia dove l'hanno tagliata ma loro non ci credono! Da quel momento non ricordo quasi niente, la mia mente si è risvegliata quando ho sentito dire “Eccolo!”. Erano le 23.21 del 21 agosto. Mi sono girata verso sinistra e l'ho visto. Ho visto quella meraviglia dagli occhi neri. Ho visto la mia vita nelle mani di, non so di chi, di un'infermiera, di un'ostetrica, insomma nelle mani di qualcuno che non erano le mie, legate a quel lettino. Non potevo toccarlo, annusarlo, baciarlo. L'ho guardato e gli ho detto ”Oddio amore! Sei bellissimo!”. Mi scoppiava il cuore di gioia perché lui stava bene e non mi importava di nient'altro nel mondo in quell'istante che non scorderò mai.
Era 3.270 kg per 50 cm. Una manciata di secondi e l'hanno portato via. Ed io non ricordo più niente. Sentivo le lacrime calde che mi scendevano sul viso. Lacrime di gioia. I miei ricordi ricominciano quando sono uscita dalla sala e dalla barella ho visto quella marea di gente che era lì per me, per noi. Erano tantissimi. Qualcuno mi ha detto: “Silvia, è bellissimo!” e io ho risposto: “Mi assomiglia?” e tutti hanno riso. Hanno pensato che volessi dire che era bello perché mi assomigliava ma in realtà io volevo solo conferme del fatto che mi assomigliasse perché appena l'ho visto ho pensato che fosse uguale a me. Quell'esserino bagnato che mi guardava negli occhi...avrei voluto, anzi no!, avrei DOVUTO prenderlo, metterlo sul mio petto, fargli sentire il mio calore, aspettare che trovasse il seno da solo. Godermi i primi importantissimi istanti della sua vita fuori dall'utero.
E invece, non so dove sia. Mi portano in camera e due infermiere mi sollevano per mettermi nel letto. Mi tirano su stesa su un lenzuolo. Poi mi fanno una specie di bidet. Stanno lì e puliscono...mah...io non sento niente, ho le gambe addormentate. Ho il catetere, una flebo e la morfina. Io sono in camera. Ma dov'è Brando? Arrivano la mia mamma e il mio papà a salutarmi. Non mi ricordo niente di quel momento, mi ricordo solo le loro facce: ridono, sono felici, anche se mia mamma è preoccupata, ha paura che stia male, ha paura che di lì a poco cominci a sentire i dolori per la ferita. Ma Brando dov'è? Brando era a fare pelle a pelle con il suo papà. Gliel'hanno dato ancora nudo e gli hanno fatto togliere la maglietta. Poi l'hanno lavato, misurato, pesato e tutte le operazioni del caso e, una volta vestito, l'hanno portato da me. Ma come? E il MIO pelle a pelle? Perché l'avete già sistemato? Non ho le forze per farmi sentire. Lui dorme già beato. Quel primo momento fondamentale di contatto è già andato. Provo ad attaccarlo al seno e lui ciuccia. Meraviglia! 

La notte la passo molto bene. Non riesco a dormire per l'adrenalina e guardo in continuazione quel pezzettino nella culletta. Ancora non mi rendo conto. Anche Enrico è stralunato. Il giorno dopo mi fanno alzare: ho una paura tremenda quando mi dicono di tirarmi su. Sento tirare qualsiasi cosa, ma mi faccio coraggio. Quando sono in piedi le infermiere si stupiscono della mia ripresa. Un sacco di visite tutto il giorno. Io ho una stanchezza addosso che non so cosa mi frena dal mandare via tutti! Faccio fatica a muovermi ed anche ad attaccare al seno Brando. Ci siamo appena conosciuti, dobbiamo prendere confidenza, anche se più lo guardo in quegli occhi neri e più mi sembra che ci apparteniamo da sempre. Vengo dimessa la domenica, 25 agosto. Me ne torno a casa con il mio fagottino, reduce da un ingorgo che mi ha ridotta a un pianto disperato nella notte del sabato e piena di ragadi sui capezzoli. Faccio fatica a muovermi anche se una volta tolte le graffette di metallo sento tirare un pelino meno.  

All'inizio a casa è stata un po' dura. Credi di esserti preparata ma dalle parole ai fatti c'è sempre una bella differenza. “Mettilo nella culla, dagli da mangiare, no adesso non riattaccarlo è troppo presto, dagli il ciuccio, se gli dai la tetta ogni volta che piange poi ci prende il vizio, dagli un biberon di latte artificiale la sera così magari ti dorme tutta la notte...ecc ecc ecc”. Potrei scrivere un libro di consigli. La maggior parte dati in buona fede, quasi sempre non richiesti, altri dati da professionisti o presunti tali, ma in realtà antiquati rovina-allattamento. Poi c'è stato un momento in cui ho dato una svolta. Ho deciso che Brando lo avrei allattato come volevamo io e lui. Se all'inizio quel mio compito mi spaventava un po' e la domanda “avrò abbastanza latte?” mi riecheggiava nella mente ogni momento, dopo che ho visto che era cresciuto 1.600 kg in 20 giorni mi sono tolta ogni dubbio. E a quel punto ho capito. Ho capito quale dono prezioso stavo facendo a mio figlio. Quale meraviglia della natura è il corpo di una donna che produce nutrimento per il proprio figlio: quella pozione magica che schiere di scienziati cercano in ogni modo di riprodurre con il latte artificiale e che ancora nel 2014 non sono riusciti ad imitare. Ho capito che io amavo allattare e che avrei voluto farlo il più a lungo possibile, fino a quando saremmo stati noi due a volerlo. Questo ci ha legato ancora di più, in ogni senso. Ma non mi interessa...io sono qui per lui. Ed è stato allora che ho detto no al ciuccio, ho tolto di mezzo la culla e ho messo Brando nel lettone con noi, ho smesso di fare pesate e doppie pesate che sono un inutile incubo per qualsiasi madre. Ho fatto tutto quello che si deve fare quando si vuole mantenere una produzione alta e duratura. “Ma ancora ti sveglia la notte?” Si, per fortuna!". E' così bello trovarci nel buio e nel silenzio della notte. Vederlo aprire la sua bocca in cerca di latte. Ci riaddormentiamo subito, appena finito. Mi mancheranno questi risvegli tra qualche anno, mi mancherà averlo lì accanto, sentirlo respirare e pensare che non chiedo altro dalla vita che stare lì nel lettone con gli amori più grandi. Me ne infischio dei commenti di chi non la pensa come me: niente ciuccio, lettone, fascia, mai dato latte artificiale  né tisane né porcherie varie, niente vaccini...solo 6 meravigliosi mesi di latte di mamma. E tanto amore. Un neonato non sa nemmeno di non essere un tutt'uno con la sua mamma, come si può pensare che pianga per vizio o per capriccio? Se piange è perché ha bisogno di qualcosa ed una mamma e un papà che sono sempre lì per lui lo renderanno un bambino forte e sicuro, di sé e della sua famiglia. 

Ringrazio il mio lungo travaglio per aver avuto fin da subito tutto quel latte, ringrazio tutti quegli ormoni che si sono scatenati nel dare la vita. Non posso certo parlare bene dei pediatri con cui ho avuto inizialmente a che fare: consigli assurdi, che se avessi seguito anche solo in parte avrei smesso di allattare già da tempo. Chi sa quanti allattamenti rovinati dalla loro ignoranza. 

Siamo quasi al 21 febbraio, Brando ha quasi 6 mesi. Questa mattina l'ho pesato: è 9.830 kg. Alla faccia del poco latte e della frutta a 3 mesi e mezzo. Alla faccia di tutti. Alla faccia della mia ferita che mi ricorderà sempre come sono andate le cose: mi ricorderà del poco sostegno ricevuto, della poca professionalità con cui mi hanno trattata, della mia privacy violata, del dolore che mi hanno fatto provare anche in sala operatoria...ma soprattutto mi ricorderà che il mio bimbo mi è stato strappato appena nato. Che tutti i loro bei discorsi sul pelle a pelle valgono solo per chi fa un parto naturale. E la mia placenta? Che fine ha fatto? E il cordone? Tagliato subito, senza nemmeno avere la possibilità di far prendere più sostanze possibili al mio bimbo. No...ospedale di Barga, non mi avrai di nuovo. Se Madre Natura vorrà e mi darà un altro figlio, come spero accada presto, e mi darà la possibilità di avere una gravidanza bella come quella già fatta, io proverò a riscattarmi. Proverò a dare ancora una chance alla natura ma questa volta supportata da persone competenti, nell'intimità di una stanza, con accanto chi voglio io, nel modo in cui voglio io, nella posizione in cui voglio io, con i ritmi che voglio io. La natura ci ha programmate per mettere al mondo dei figli. La maggior parte di noi può farlo senza il bisogno di interventi medici e così sarà per me. Vedrò nascere mio figlio e lo terrò stretto a me e lo toccherò e annuserò così come sarà, appena uscito dalla mia pancia.

 

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