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Emilia Romagna - Rimini - Osp. degli Infermi - Il TC di Francesca Cima

Finalmente trovo il tempo e il coraggio di raccontare la mia esperienza: mi chiamo Francesca e abito a Riccione.
A luglio 2009 scopro con sorpresa di aspettare un bambino, vivo la gravidanza in maniera serena, nessun disturbo, il bimbo cresce bene, perfetto secondo le statistiche e io continuo a fare le cose di sempre: sono dentista e non posso lasciare lo studio, nonostante diventassi sempre più “ingombrante”.
Il mio ginecologo è un medico eccezionale, segue la gravidanza cercando di rassicurare ogni mio minimo dubbio e mi consiglia di partorire a Rimini. Così a 38 settimane comincio i controlli in ospedale che consistono nelle ecofalde e visto che a 39 settimane ancora non si muove niente cominciano con lo scollamento delle membrane.
Una mattina mi sveglio e mi accorgo andando in bagno di aver perso il tappo mucoso: ero circa a 40 settimane, sicura che a breve avrei partorito. Niente da fare, dormo come un ghiro tutte le notti, cammino, cammino, cammino, scalo le montagne con il mio pancione sotto un’immensa luminosa megagalattica luna piena: ma mi sveglio ogni mattina con lo stesso pancione e il mio bambino che scalcia impaziente di venire al mondo. Ultima visita di controllo in ospedale e mi prenotano il ricovero per l'induzione: mercoledi 31 marzo a 41+3.

Io e mio marito emozionati arriviamo in ospedale, suono il campanello e dico “devo partorire”, mi fanno entrare, mi danno la camera, e a mezzanotte avrà inizio l’induzione. Intanto io continuo a camminare agitata esplorando il reparto, leggendo i nomi dei bimbi appena nati e commentando i fiocchi appesi davanti alle porte, sperando di poter attaccare presto anche il mio. Dopo tracciati, analisi e visite arriva l’ora di entrare in sala parto per cominciare l’induzione. Entro in quella stanza (sala corallo, a Rimini le sale parto hanno il nome di pietre) senza sapere che non ne sarei più uscita se non per spostarmi in sala operatoria. Comincia il monitoraggio a mezzanotte e subito si accorgono che non era possibile indurmi il parto con il gel perché il bambino dava segni di sofferenza, spiegano la situazione a me e mio marito e si decide di indurre direttamente con ossitocina, mi mettono il catetere per l’epidurale e comincia l’induzione. Le contrazioni partono immediatamente e richiedo subito la prima dose di epidurale. Le contrazioni sono sempre più intense, sempre più dolorose, sempre più vicine: non riesco a muovermi, ad alzarmi, sono paralizzata dal dolore e l’epidurale non fa più effetto. Si rompono le acque ma alla terza visita l’ostetrica mi guarda dispiaciuta e delusa: nessuna dilatazione e io sempre peggio, ad implorare di tagliare. Oramai è mattina, sono sfinita, piango, non sopporto più quel dolore e non sopporto neanche più le ostetriche che mi guardano dicendo che ancora non ho la “faccia da travaglio”. Basta! Io e mio marito decidiamo di firmare e di far nascere questo bimbo con taglio cesareo, al quale non avevo assolutamente neanche mai pensato. Mio marito mi saluta, con le lacrime agli occhi, ci abbracciamo e vengo portata in sala operatoria. Mi legano le braccia (chissà dove sarei andata?) e dopo poco ho un collasso, presto mi riprendo e mi dicono fra 20 minuti hai fatto: sento il mio bimbo sgusciare fuori e la pancia svuotarsi. Alle 9 e 20 del primo aprile il mio piccolo Tommaso, il mio pesciolino d’Aprile viene al mondo, 3.650 kg, me lo fanno vedere, la visione più bella della mia vita, me ne innamoro subito, lo portano subito dal babbo a fare il bagnetto, nel frattempo mi cuciono (o meglio mi graffettano) e mi mettono in una stanza ad aspettare i miei due uomini.

Provo un misto di emozioni: gioia, tristezza, rabbia e delusione per non essere riuscita a partorire, per aver fallito, e cominciano i perché. Appena tornano da me il mio cuore si riempie di gioia, il mio cucciolino si attacca subito al seno e rimarrà attaccato a me per tutta la permanenza in ospedale, aiutandomi ad affrontare il dolore che segue un taglio cesareo. La ferita esterna guarisce in fretta senza complicanze ma rimane il rammarico per non essere riuscita a partorire, tanto che al controllo dal ginecologo la prima domanda che gli faccio è “ma se rimango incinta di nuovo posso provare a partorire naturalmente?” e la sua risposta è stata “certo, basta che aspetti almeno 2 anni, anzi, anche meno!”. 

Io ho aspettato 2 anni da quel primo aprile prima di rimanere di nuovo incinta.

 

Il VBAC riuscito di Francesca è raccontato qui:

Emilia Romagna - Rimini - Osp. Infermi - Il VBAC di Francesca Cima

 

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