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Campania - Ariano Irpino - Osp. Sant'Ottone Frangipane - Il TC di G.A.

Dalle lucciole alla neve.

Quando ho saputo di essere incinta il mio giardino era pieno di lucciole, sembravano fate. Il mio sogno per nove mesi è stato il momento, come nei film, in cui finalmente l’avrei vista. Immaginavo tanti sforzi e poi il medico sorridente che me la metteva vicino, la possibilità finalmente di darle un bacino, io la prima persona della sua vita, io la prima a vederla. Aspettavo quel primo sguardo fra noi due, quel momento magico. Così per nove mesi ho sopportato tutto, le nausee, il dolore, la solitudine e la paura, tutto per quel momento.

La data del parto era prevista per il 21 febbraio. I primi di febbraio inizia a nevicare. Strade bloccate, tutto bloccato. Iniziano 15 lunghi giorni di panico. La notte non riuscivo a dormire, era troppa l’ansia nel vedere che la strada si chiudeva, che gli spazzaneve smettevano di passare e che nel buio tutto brillava sì, ma niente più aveva forma.
La situazione neve ad un certo punto però cominciava a migliorare. Il 15 sera mio marito mi avverte che l’indomani sarebbe andato lontano per lavoro. Panico più panico. La mia famiglia, che vive lontano, proprio a causa di quel tempaccio non era riuscita a venire da me a farmi compagnia. “Ma dai" mi diceva lui "manca ancora tempo, cosa vuoi che succeda?!”. Appunto. Le ultime parole famose.

La mattina dopo decido di non alzarmi neanche dal letto, non mi sentivo bene e preferivo evitare qualsiasi complicazione. Ma non è servito. Verso le 9.30 mi rendo conto che qualcosa non andava. Mi alzo per andare in bagno. Pigiama bagnato. Chiamo il mio ginecologo che mi dice di andare in ospedale, che lui però non c’era: era il suo giorno libero. Bene. Chiamo un amico che si precipita a casa e mi accompagna. Cerco di avvisare marito e parenti ma, ironia della sorte ognuno di loro per un motivo diverso, non mi risponde prima di diverse ore. 
Alle 10,15 ero in ospedale, tranquilla. Ero lì, cosa poteva succedere? Iniziano le visite: rottura eccentrica delle membrane, il sacco si era forato nella parte alta. Ricovero. Devo stare a letto, mi dicono. Lo faccio. Fino a sera si alternano una dietro l’altra visite fastidiosissime e monitoraggio. La macchina del monitoraggio sembrava impazzita: sembrava che nella mia pancia ci fossero 1000 cavalli al galoppo per quanto la bambina si agitava. La sera il dolore si fa insopportabile. Le ostetriche guardano il tracciato e dicono che non ci sono contrazioni importanti e aggiungono che non era possibile che sentissi dolore, che il dolore delle contrazioni era ancora più forte. E il dolore che sentivo cos’era? Ancora più forte?! Oh Dio! Vado avanti cosi tutta la notte: telefonino in mano a contare ogni quanto arriva il dolore, le ostetriche che continuano a dire che non ci sono contrazioni significative, i medici che mi visitano.

Nel corso della notte arrivano due ragazze in travaglio, in meno di un'ora partoriscono. Ed io ancora li. Sentivo dolori fortissimi alla parte bassa della pancia, all’altezza della cintura del monitoraggio, ma le ostetriche continuavano a dirmi che non era vero che sentissi dolore. Una nottata interminabile. Finalmente mattina. Arriva il mio ginecologo che decide di rompere le acque. Mi portano in sala travaglio e mi fanno due flebo di ossitocina. Saltavo dal dolore. Non riuscivo a parlare nè a pensare per quanto era forte. Mio marito vicino a me, a tenermi la mano mentre io stritolavo la sua. Ancora l’ostetrica: “ No, queste non sono le contrazioni giuste, impossibile che senti dolore. Vedrai quando arrivano quelle vere!”. Ancora? Quattro ore cosi a prendermi in giro per quanto mi lamentassi perché secondo loro era impossibile sentissi dolore, lo diceva la macchina.
Dilatazione completa 10 cm (quindi erano contrazioni!), mi spostano in sala parto su quella sedia. Stare seduta là sopra era terribile. Mi chiedono se sentissi il bisogno di spingere. Io non ci capivo più nulla. Solo dolore. Premono sulla pancia, la testa della bambina si vede. Ci siamo pensai. Uno dei medici continuava a urlare: “Spingi, è colpa tua se la bambina non nasce, dipende da te”. Quelle parole mi facevano più male del dolore che sentivo. Ma io non sentivo il bisogno di spingere, solo dolore. Poi dopo un'ora cosi, si rendono conto che la bambina scendeva e risaliva. Decidono di allertare la sala operatoria. “Signora" mi dice "cosa dobbiamo fare?”. Io rispondo: “ Se ha senso andare avanti andiamo, altrimenti facciamo che dobbiamo fare”. La sentenza era scritta.

Mi tolgono dalla sedia e mi mettono in barella. Il dolore è lancinante. Mi portano in sala operatoria. Nel tragitto passo davanti a mia sorella e al resto della famiglia, mia madre non c’era, dall’ansia aveva avuto un malore. Con mia sorella non ci vedevamo da un mese. Io grido e lei mi guarda e piange. Provo ad afferrarla ma non c’è tempo e non si fermano. In sala operatoria tutto di fretta, mentre mi spostano sul tavolo operatorio mi fanno firmare qualcosa, bisognava fare l’anestesia totale. Ero ancora sveglia quando mi hanno messo quella sostanza rossa sulla pancia. Dolore, gambe contratte. Così mi sveglio. Con il dolore e le gambe contratte. Non le riuscivo a muovere.
Appena realizzo inizio a urlare il nome della mia bambina, e continuo come un disco rotto a chiamarla, a chiedere dove sia e non mi fermo neanche quando un’ombra verde con voce rassicurante mi dice: “Sta bene e nel nido con gli altri bambini”. 
Poi mi sono ritrovata in camera con tutti i miei parenti. Mia sorella dolcemente si è avvicinata a me e mi ha sussurrato: ”Hai una bambina bellissima, è uguale al papà ma ha i ricci come te!”, “L’hai vista?” le chiedo. “Si, è nell’incubatrice, l’hanno messa in vetrina” risponde lei. Tutti l’avevano vista, tutti la stavano vedendo, tranne me. E quel momento sognato era perso. Mi sentivo colpevole.

Il medico me l’aveva detto che dipendeva da me. Era solo colpa mia se non ero riuscita a far nascere quella bambina bellissima. Mio marito cercava di tranquillizzarmi. Mi disse di aver parlato con il medico e che gli aveva spiegato che la bambina non era perfettamente allineata e quindi non riusciva a passare in quanto incastrata nel bacino. Addirittura a forza di sbattere contro il mio osso aveva in testa delle piccole ferite. Ovviamente non ci credevo. Lo diceva solo per tranquillizzarmi, pensavo. Appena riuscii ad alzarmi andai dal medico e gli chiesi se era dipeso da me il cesareo e lui mi disse di no. Ma ancora non ci credevo, pensavo lo dicesse solo perché mi vedeva agitata e in lacrime. 
Sono seguiti  40 giorni di pianto continuo, chiedevo a mio marito di dare la bimba a qualcuno perché non ero in grado di occuparmi di lei. In lei non vedevo una bambina, me ne occupavo come un automa, come una cosa da dover fare. Continuavo a non vederla, non vedevo una bambina, non vedevo mia figlia. Nessuno mai mi aveva detto che ci si può sentire anche cosi, tutti parlano della maternità come un momento idilliaco, stupendo, fantastico, in cui si deve sprizzare gioia da tutti i pori! Mi sentivo una bestia, una mamma schifosa, inadatta sempre più.
Quanta ipocrisia. Bisogna dire che a volte può succedere anche questo, che l’idillio bisogna sudarselo, costruirselo giorno dopo giorno. Al  40° giorno di tutto ciò, mio marito stremato, mi scattò una foto con la bimba e me la mostrò.
Finalmente la vidi. Vidi in lei mia figlia e in me una mamma. Qualcosa cambiò. Iniziò la risalita.

Ora sono passati 14 mesi dal giorno in cui la mia bimba è nata, ma ogni sera quando mi corico nel letto trovo sempre gli stessi pensieri. Rivivo quei momenti. Mi manca l’aria, mi assalgono i dubbi e le domande. Poi faccio un bel respiro e spero che quella sia l’ultima volta che succederà, e giorno dopo giorno, trovo la forza di sperare di diventare una brava mamma agli occhi di mia figlia. Finalmente la vedo, vedo i suoi occhi e anche se non ho avuto la possibilità di vederli appena è nata, ho la fortuna di poterli vedere ogni giorno.

 

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