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Friuli Venezia Giulia - Monfalcone - Osp. San Polo - Il TC di M.D.

Caro Raffaele, eccomi qua a raccontare come sei nato…

Era il 12 dicembre, eri già “in ritardo” e io e papà ti stavamo aspettando. Io aspettavo e sospiravo ogni volta che sentivo una contrazione, una piccola o grande tensione della pancia; non vedevo l’ora di abbracciare il tuo papà mentre mi sosteneva nel travaglio, non vedevo l’ora di sentire il tuo primo vagito, di odorare il tuo profumo, di scaldarti da fuori, con le mie braccia, il mio seno ed il mio respiro…e invece…Era il 12 dicembre e la pressione era un po’ alta, così, dopo una telefonata in reparto, io e il tuo papà andiamo in ospedale. 

Tutto bene, tu salti e ti muovi di continuo, le tue pulsazioni sono perfette. “Bene, signora, visto che siamo alla 41esima settimana iniziamo con calma l’induzione”. Mi danno dei farmaci per tenere a bada la pressione e le prostaglandine: ok, sono ricoverata, quindi il travaglio, penso io, dovrò farlo tutto in ospedale. In realtà poco male, perché in reparto sono tutti cortesi, poi mi ritrovo in stanza con Annalisa, che avevo conosciuto al corso preparto. Le camere sono accoglienti, io sto tranquilla, il papà mi fa compagnia, mangiamo una pizza con Andrea e Annalisa poi finalmente nanna. 

Le contrazioni si fanno sentire un po’, la notte la passo tranquilla e l’indomani mattina di nuovo monitoraggio: tutto a posto. La mattinata passa chiacchierando e leggendo, al pomeriggio arriva anche il papà, mi ricopre di coccole e siamo sempre più trepidanti di conoscerti. Ennesimo monitoraggio, tutto perfetto: contrazioni belle, che non mi fanno soffrire, è un piacere sentire quel morso affettuoso alla pancia, è come quello delle mamme quando trasportano i loro cuccioli, è forte ma delicato allo stesso tempo. Respiro, mi guardo attorno e immagino come saranno le prossime ore.
L’ostetrica mi fa i complimenti per come vivo le contrazioni…e come altro potrei viverle se non con gioia e serenità? Sono le 18 e arriva la cena, io e Annalisa mangiamo tranquille finchè non piomba in stanza un gruppo di puffi giganti che cercano “quella da cesarizzare”, visto che Annalisa aveva rotto il sacco più di un giorno prima entrambe abbiamo pensato a lei, invece no! Erano lì per me: “signora, ma lei ha mangiato”.
Mi è crollato tutto, non ho visto e capito più nulla…il resto è buio nella mia memoria. Ricordo solo che ho pianto tanto fra le braccia di papà, il mio cucciolo non poteva nascere con un'operazione chirurgica, il mio piccolo doveva essere accompagnato al mondo da tutto il mio amore, non da un freddo bisturi...non volevo, non era giusto.
Altro monitoraggio: l’ostetrica mi calma, mi rincuora, mi dice che tu stai bene e che non c’è fretta di farti nascere. Sono le 21.30, torno in camera, il papà sta ancora un po’ con me e, visto che tutto era “rientrato”, decide, per le 22, di ritornare a casa. Alle 22.20 più o meno mi rimisurano la pressione, questa volta lo fa l’ostetrica, che mi guarda rassegnata emi dice “è alta” e io le chiedo quanto alta fosse e lei risponde “è alta” e va via. Torna due minuti dopo e mi annuncia il cesareo, facendomi capire che se non avessi acconsentito avrei rischiato una forte emorragia durante il travaglio o il parto. Ci penso 2 secondi e ho immaginato tu cucciolo senza la mamma o, peggio, con una mamma non in grado di accudirti perché malata, ho pensato a Nicola, il tuo papà, che si meritava e si merita di averci entrambi vicini: ”Ok, quando facciamo il cesareo? Domani mattina?”, “No, adesso". Il gelo: ok, chiamo papà che era appena arrivato a casa, per fortuna non era un cesareo d'emergenza quindi abbiamo fatto in tempo ad aspettarlo.
Nel frattempo mi hanno preparata e alle 22.40 sono in sala operatoria con l’anestesista che mi faceva la spinale: mi stendo, non mi legano...provo a sentirti nascere, provo a percepire il tuo corpo che esce dal mio, ma niente…solo strattoni ed il chirurgo che chiede “ma il pupo è incanalato e lei completamente dilatata, perchè abbiamo aperto?”. A quel  punto non importava più, volevo solo sentire la tua voce e volevo sapere chi eri. 

Sono le 23.15 del 13 dicembre 2012: ”ghe” “Signora sta bene” ed io a pensare che stai bene, che ti posso coccolare, che questa prima parte di avventura assieme è finita, che adesso inizia un altro capitolo nel quale non sei più solo mio. Chiedo se sei Rachele o Raffaele, lo chiedo più volte, finchè papà non chiede se sei maschio o femmina, loro pensavano che lo sapessimo già che sei Raffaele. Ti portano subito via, ti fanno i primi controlli e poi, finalmente,  ti posso vedere, annusare, toccare. Bhe, toccare solo con il naso, ma eri profumatissimo (poi ho scoperto che era il sapone dell’ospedale) e morbido, proprio morbido…hai sbadigliato e ho visto il naso di nanno. Poi ti hanno portato via, non ricordo se papà è venuto con te o se è rimasto in sala con me, so solo che  ritornata in stanza ho provato a dormire qualche ora e alle 7 ho iniziato a chiedermi perché non ti portavano da me...E passano le 8, e le 9, ma finalmente verso le 10 ti portano in camera, non so neanche cosa pensare, il fastidio dell’operazione è sparito...tutto sparisce ed il mondo si ferma quando ti attacchi al seno, come se quelle 11 ore di distacco non fossero mai esistite, come se avessimo sempre continuato a stare assieme...ti voglio bene figlio mio e oggi, dopo un anno mezzo te ne voglio sempre di più.

 

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