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Veneto - Padova - Clinica Ginecologica e Ostetrica - Il TC di L.F.

LA NASCITA DI GAIA

Tutto ebbe inizio all’ecografia del settimo mese. Fino ad allora la mia era stata una gravidanza serena e tranquilla (nei limiti del lavoro e della vita quotidiana), ero contenta del mio pancione che cresceva e dei continui movimenti della mia patatina al suo interno. Era fine maggio e da una settimana ero in maternità (finalmente!!).
Fatalità, la notte prima dell’ecografia sia io che il mio compagno ci siamo beccati l’influenza intestinale, lui in modo un po’ più violento di me. La mattina però troppo curiosa di vedere la mia piccina e di sentirmi rassicurare, anche se non nel pieno delle forze, mi reco in ospedale.
L’ecografista dopo un po’ di misure mi dice che c’è qualcosa di strano, lo stomaco è iperdilatato, e mi da un appuntamento per la mattina dopo per vedere se la situazione sarebbe cambiata. Tra la notizia, il mio stato, e l’ecografo che premeva sulla pancia ho uno svenimento. Di seguito esco dalla stanza e sto ancora molto male...mi ricoverano, mi reidratano. Nel pomeriggio vedo il mio ginecologo che mi fa un’eco veloce e mi dice di stare tranquilla che lui vede tutto normale. Per farla breve torno il giorno dopo, la situazione sembra un po’ migliorata, ma ancora da ricontrollare. Dopo pochi giorni inciampo, per sicurezza vado in ospedale e mi ricoverano una notte, lì faccio tracciati e eco e sembra tutto nella norma.

Dopo un mese il mio dottore mi fa un’eco e un po’ tra il serio e il tranquillo mi dice “qui forse c’è un ingrossamento del duodeno, ma ne ho già visti potrebbe non essere nulla”. Vado un po’ nel pallone e con lui decidiamo per stare più tranquilli che avrei partorito a Padova, ospedale di fama per la patologia neonatale. Avevo deciso di rinunciare a quella bella sala travaglio-parto con sgabello, corda, vasca che mi avevano fatto vedere al corso preparto, per il bene della mia cucciola.
Manca un mese, cerco di mettermi in contatto con l’ospedale in modo da fare lì le ultime visite, così che sappiano la nostra situazione. Intanto l’ansia sale, starà bene? Sarà normale? Sentimenti molto contrastanti mi attraversano. Riuscire a fare le ultime visite in quell’ospedale sembra essere impossibile: continuavo a chiamare e mi davano altri numeri da chiamare. Mi sembrava di aver trovato un muro, non sapevo più a chi rivolgermi. Ne feci parola ad una mia amica e sua madre mi mise in contatto con il responsabile di ginecologia “vai questo pomeriggio dal dottor ****** ti aspetta, mi raccomando è un’occasione unica” mi disse.
Vado, da sola. Mi riceve questo dottorone nel suo studio tutto pieno di libri e tesi accatastate sugli scaffali, guarda le mie carte, parla poco. A fianco scopro esserci una saletta con ecografo, vuole vedere con i suoi occhi. Mi consulta come se fossi un libro per circa 20 minuti senza dire una parola (anzi una cosa me la chiese, tanto per tranquillizzarmi “ha fatto l’amniocentesi?).
Allora chiedo io “c’è ancora questa cosa allo stomaco?” lui serio “sembra più un’ostruzione intestinale”, sembrava avesse visto un mostro e salutandomi aggiunge “venga domani mattina alle 8 che la ricovero per accertamenti” (ero a 36 settimane e mezzo). Esco, mi dispero, dentro di me penso “se l’ha detto lui che è il direttore della clinica sarà vero, un qualche problema dovrà esserci”.

La mattina dopo con mio marito arriviamo in ospedale e lo aspettiamo, ci porta nel reparto e va dentro a parlare con la dottoressa, esce e ci dice “SETTIMANA ENTRANTE NASCE” e io “quindi dovrò fare un cesareo?” e lui come se niente fosse “certo, questa bimba non può nascere quando vuole, se nascesse alle 2 di notte non ci sarebbe nessuno che potrebbe controllarla”. Usciamo in sala d’attesa e ci mettiamo tutti e 2 a piangere, io volevo tanto avere un parto naturale, ero pronta e motivata, pensavo sarebbe stato anche un bello scarico da tutta quella tensione. Nonostante questo però pensavo anche che lo facevo per la mia patatina, che mi sarei sacrificata per lei, che da una parte ero contenta così avrei potuto vederla e vedere se stava bene. 
Durante il ricovero (di 2 giorni) si susseguono monitoraggi, ecografie e il consulto della pediatra. Lei mi dice che il cesareo non sarebbe stato necessario, che un problema all’intestino non comportava rischi nel parto naturale, e che se la bimba nasceva a termine era meglio anche in caso di un eventuale intervento. Ero rincuorata, felice, era proprio quello che pensavo io. Già mi sentivo fuori pericolo e che potevo terminare la mia gravidanza attendendo il fatidico momento. Ma NO, lui aveva deciso che DOVEVA essere cesareo, nonostante il parere contrario della pediatra. Così, assieme alla carta di dimissioni, mi portano anche l’appuntamento per l’intervento il 31 luglio. Esco dall’ospedale contenta di poter tenere dentro di me la mia pupa ancora per un paio di settimane e molto combattuta sull’intervento. Io non ho MAI preso la pillola perché mi sembra una forzatura alla naturalità, perché blocca una delle cose più naturali che esistano. Quando avevo il ciclo (e il mio era doloroso) non prendevo antidolorifici. Non prendo antibiotici se non strettamente necessari. Questa cosa che mi volevano tagliare l’utero proprio non mi andava giù. Ci pensavo notte e giorno, lo dicevo a chiunque incontrassi cercando qualcuno che mi rispondesse che potevo scegliere di non farlo. Poi però pensavo anche alla mia bimba a chissà quali enormi problemi avesse dovuto avere per far sì che quel dottore fosse arrivato a questa decisione. Nello stesso momento cercavo di fare fatica camminavo camminavo, sperando che il travaglio partisse e a quel punto nessuno mi avrebbe più fermato...ma non è successo.

Faccio i monitoraggi e altre 3 eco. L’ecografista era gentile, ma continuava a non dirmi niente. Arriva il giorno del ricovero. La tipa che mi fa l’accettazione fa una faccia turbata quando le dico il motivo dell’intervento, come se fossi stata io a chiederlo. Penso “dai forse sono ancora in tempo, dille che non vuoi”, ma non ho detto niente. Siamo in tre panzone che dobbiamo affrontare l’intervento il giorno dopo, loro sono molto tranquille...io continuo a dire che non vorrei, sentiamo le urla della sala parto...io vorrei urlare così...
La notte prima la passo praticamente insonne, la mattina seguente affronto l’attesa. Mio marito arriva verso le 12 e alle 13 mi portano in sala operatoria, mentre mi monitorano sento le prime contrazioni fortine...ma niente in confronto al fastidio del catetere.

Alle 14.32 nasce Gaia, piange subito. La vedo mentre la sollevano, le ostetriche la prendono e la asciugano, lei piange disperata. Ricordo di averla seguita con lo sguardo emozionata, era sana, non aveva anomalie genetiche evidenti. Me la avvicinano per pochissimo e la guardo stranita penso “questa è mia figlia?”, la immaginavo diversa. Le ostetriche come spazientite mi dicono dalle un bacio e la portano via. Comincia la lunga attesa della ricucitura, sento che parlano di fili e aghi da usare, io penso a mio marito che starà seguendo nostra figlia. Finita la sutura mi lasciano un’ora fuori ad aspettare, una brutta sensazione come di stanchezza, voglia di muoversi, ma non riuscirci, anzi paura di muoversi, paura di danneggiare ulteriormente il mio corpo dilaniato. 
Mi portano in camera e subito mi portano la cucciola per provare ad attaccarla. Mi fanno mettere su un lato, faccio fatica, si attacca, sono più di là che di qua, non riesco a godermi il momento. Viene qualche famigliare, mi sento uno straccio, fuori di me. La mattina dopo acquisto energia, mi alzano, io sono forte, mi metto in piedi, voglio stare con la mia cucciola, passiamo assieme quasi tutto il giorno. La notte la porto al nido perché continua a piangere e ho paura di infastidire la mia vicina di letto. 
La mattina dopo attendo con gioia l’arrivo delle culletta, ma la mia si fa attendere. Quando finalmente arriva l’ostetrica mi dice “oggi mangia e poi torna al nido perché è sotto monitoraggio per bradicardia”. Nei tre giorni seguenti vado continuamente su e giù dal nido, mi chiamavano con l’interfono “la mamma di Gaia è attesa al nido”, ma io sentivo che aveva bisogno di stare con me, che con me stava bene, così alle poppate me la tengo sempre qualche ora in più. Ci tengo a sottolineare che in tutti i giorni che siamo state in ospedale non le hanno fatto neanche un’ecografia per vedere se stava bene, ma guardando le mie mi hanno detto che si vedeva che non aveva più niente. 
Diciamo che solo una volta tornata a casa comincio a sentirmi violata, non rispettata, squarciata nel profondo. Vedo poi Gaia sempre dormiente e ho paura che anche lei abbia vissuto il trauma come me. Ho paura per lei, mi dico che se ha avuto qualche problema è stato a causa mia che non mi sono imposta. Solo in questi giorni di solitudine e devastazione scopro i gruppi su Facebook: “Innecesareo “e “Noi vogliamo un VBAC”. Questi gruppi mi hanno aiutata ad affrontare e rielaborare il mio trauma ed ora sono abbastanza serena e soprattutto se mai avrò la fortuna di avere una nuova gravidanza saprò il modo migliore per affrontarla.

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