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Toscana - Siena - Osp. Santa Maria delle Scotte - Il TC di C.P.

Non è facile fermarmi a pensare e fissare quello che è successo.
Ma è passato quasi un mese e se non lo faccio rischio di dimenticare tante cose. Vorrei altro tempo per rielaborare, per digerire ogni singolo fotogramma, ogni immagine, ogni parola. Cerco ancora qualche spiegazione, cerco ancora la logica, cerco ancora certe verità che non saprò mai perché semplicemente non esistono. 

Perché il mio parto non è andato esattamente come avevo sognato, come me l’ero immaginato. La spiegazione per quello che poi è successo sta solo in certe dinamiche ospedaliere e mediche del tutto automatiche, tipo leggi che si applicano e roba del genere? In questi giorni ho cercato di trovare un senso agli eventi, mi sono sforzata di farlo subito, appena uscita dalla sala operatoria, perché mi conosco e so che di certe cose sarei capace di farmene una malattia. Ora cerco di pensarci con serenità, convincendomi che non è dipeso dalla mia volontà, che le cose sono andate così e basta. In realtà non è successo niente di particolarmente grave o eclatante, un parto che si protrae troppo per le lunghe e alla fine un ginecologo, forse scocciato dall’ora tarda in cui sarebbe voluto andare a pranzo, forse vagamente preoccupato che le cose potessero dilungarsi in una mattinata in cui c’erano stati altri 7 parti, che decide ora basta mi avete scocciato, ora si va in sala operatoria. Niente di che, il mio bambino non è mai stato sofferente, né le manovre per il cesareo sono state compiute nella frenesia tipica delle urgenze. 

Ripenso a quella mattina e ricordo tutto con molta lucidità, ricordo gli sguardi scoraggiati e forse anche annoiati delle dottoressine specializzande e delle infermiere che di tanto in tanto rientravano in sala travaglio con il carrellino dell’ecografo, del tempo che non passava mai, della voce della mia ostetrica, prima forte e squillante a infine flebile e senza più autorità, come arresa. Credo all’energia, credo che dopo tante ore, tanti tentativi di spostare Dario nella posizione migliore per scendere attraverso il canale del parto, questa energia positiva si sia esaurita e nessuno in quella stanza sia stato capace di dare una svolta agli eventi, forse sarebbe bastata una parola o un gesto diverso e nuovo per far nascere Dario...o forse no. 

Il martedì pomeriggio vado con mia mamma in un paesello vicino, c’era una sagra e avevo voglia di prendere una boccata d’aria. Mentre sono lì, chiama la mia ginecologa, latitante e distratta come sempre e mi dice: ‘mi sono accorta che hai superato il termine’ e mi propone di andare il giorno dopo in ospedale per tentare con uno scollamento delle membrane. Mi sento tremare, sento che quel giorno o il giorno dopo o quello ancora successivo potrebbe essere un giorno storico per me, potrebbe essere il giorno in cui nascerà il mio bambino. Tremo, come se solo allora realizzassi che dentro alla mia pancia c’è un bambino, una specie di bomba ad orologeria. Mesi di corso preparto, mesi di letture, mesi di preparazione tecnica, come se volessi esorcizzare questo momento, come se pensassi che non sarebbe mai arrivato davvero...ed ora eccolo lì. 

Andiamo a cena da mia zia e quasi non voglio credere a quei dolorini che sento in fondo alla pancia. Respiro l’aria del tramonto in giardino e cerco di distrarmi. Sicuramente, mi dico, sono falsi allarmi, la strada è lunga e non so se ci spero in quello che penso o se lo faccio per non sperarci troppo. I dolorini si fanno sempre più intensi, ma io mi racconto che non è così e mi distraggo con la cena. Andiamo a casa ma so già che quella notte non dormirò, quella notte succederà qualcosa, quella notte non sarà come tutte le altre. Provo anche a stendermi sul letto. Ho avvertito Andrea di questo mio malessere ma si addormenta e se la ronfa alla grande. Ora sono sola, sola con il mio dolore, sola con il mio bambino. Sola ad affrontare questa lunga notte. Potevo svegliare Andrea invece no, volevo che quelle ore, perché sapevo che sarebbero stare ore, fossero solo mie, volevo condividerle solo con il silenzio, la notte, la luce fioca dei lampioni dalla finestra nelle strade deserte. Cammino nella casa buia, respiro, accompagno il dolore con la voce, mi fermo, mi poso sul divano quando la contrazione mi dà tregua.  Penso che sono ancora sopportabili, sono lucida, so perfettamente che il peggio deve ancora venire. Mentre trascorro queste ore penso ai giorni che seguiranno e nell’intensità del momento mi viene in mente il pensiero frivolo che forse non potrò farmi la doccia per un bel po’, così decido di lavarmi pure i capelli. Non so come, ma riesco pure ad asciugarli e a farmi la piega. Passano le ore, a un certo punto il dolore inizia a salire, a montare progressivamente. Trovo delle macchioline scure negli slip e decido che il momento è arrivato. Sveglio Andrea, silenziosi ci vestiamo e mettiamo le ultime cose in valigia.  Fuori è ancora buio e io mi sento eccitata, quasi come nelle lontane albe di tanti anni fa quando con i miei genitori partivamo per le tanto attese vacanze. Siamo calmi e nel tragitto cerchiamo di parlare di cavolate. Noto che le contrazioni sono più frequenti, ogni 5 minuti circa.

Arriviamo all’ospedale, il reparto di ostetricia è ancora deserto e le luci sono spente, nel corridoio ci si fa incontro un’infermiera che mi mette subito sotto monitoraggio. E’ stata la prima in quella lunghissima mattina, a chiedermi “chi arriva?”, io rispondo “Dario” e quasi non mi sembra vero che il mio bambino si sta avvicinando a me, si sta facendo sempre più reale. Molti altri, nelle ore successive, mi faranno quella stessa domanda. Il tracciato rivela che le contrazioni sono regolari e ravvicinate. Mi fanno subito una visita ostetrica e predispongono il ricovero. L’ostetrica mi dice che sono già dilatata di 5 cm e si complimenta con me, che mi sono fatta praticamente mezzo travaglio a casa. Tutto sembra iniziare sotto i migliori auspici, a detta di tutti si presenta un parto facile e veloce. Ci lasciano soli in sala travaglio per quasi un’ora, le contrazioni si fanno sempre più intense e io mi aggrappo ad Andrea. Ormai percepisco benissimo quando sta per arrivare. Poi cominciano ad arrivare dottoresse, specializzandi e alla fine la “mia” ostetrica, quella che seguirà il mio parto. Mi piace, mi sembra una persona decisa e sincera, senza tanti fronzoli, anche lei mi chiede di Dario, mi piace questa cosa, che già lo ritengono una persona in grado di collaborare, di partecipare. Dopo un po’ arriva il ginecologo: mi visita e sentenzia che la testina è ancora molto alta e che fa fatica a scendere. In queste parole percepisco che qualcosa non va, ma l’ostetrica mi incoraggia e mi dice che se non progredisce mi romperanno le membrane per accelerare la discesa di Dario. 

Dopo un tempo che non saprei definire infatti ritorna il ginecologo e mi vengono rotte le acque. Lo vedo molto scettico, per la prima volta in quella stanza sento aleggiare una parola che non avrei mai voluto sentire: “cesareo”…ecco, da quel momento in poi il mio travaglio ha preso una piega strana, ho perso un po’ di fiducia e nonostante tutti gli operatori mi tranquillizzassero non riuscivo a togliermi dalla testa quella parola. Avevo paura, ogni volta che entrava il ginecologo per un controllo io tremavo. Ormai quel medico, che poi ho scoperto essere stato lo stesso che mi ha fatta nascere, era diventato “quello che mi vuole fare il cesareo” e questa idea continuava a martellarmi. Nel frattempo il dolore non mi dava più tregua: ormai sentivo come un’unica contrazione fortissima, avevo dolore dappertutto, alla schiena, ai fianchi, all’inguine. Piangevo, sentivo di aver perso completamente il controllo della situazione, ormai mi stavo facendo trascinare da quello che succedeva attorno a me, dagli sguardi, dai commenti di chi entrava e diceva la sua. Ad un certo punto M., la mia ostetrica, mi ha suggerito di provare a spingere, allora spingevo fra le lacrime ma mi sembrava tutto inutile. Andrea non lo vedevo nemmeno più, la stanza era piena di gente, più di un medico è entrato dentro di me con la mano, provando a ruotare la testina di Dario ma con scarsi risultati. Intanto continuavo a spingere, continuavo a cercare negli occhi di M. un po’ di coraggio e ottimismo ma a un certo punto l’ho vista stanca e sfiduciata, allora ho capito. Di lì a poco è rientrato il famoso ginecologo che ha preso in mano la situazione: mi ha detto che era troppo tempo che provavamo a far scendere il bimbo, che la sua testina era vicina ma non ben posizionata e si andava incontro al rischio di doverlo estrarre con il forcipe, io annuivo e a quel punto ho solo voluto che tutto finisse in fretta.

E’ arrivato l’anestesista, un omone grande, che mi ha fatto qualche domanda mentre l’inserviente mi toglieva le mie cose per mettermi il camice operatorio. Io rispondevo come un’automa mentre le lacrime mi rigavano il viso, mentre tutti toccavano il mio corpo, le mie gambe sporche di sangue e liquido amniotico. Ricordo che mi hanno portata in sala operatoria e chiedevo scusa ai medici per essere così sporca. Una signora bionda, abbronzatissima e con dei lunghi orecchini mi parlava mentre mi metteva la cuffia, mentre i capelli mi cadevano sul viso e sugli occhi e io mi sentivo come una bambola di pezza. Avevo delle forti contrazioni da spinta ma dovevo stare immobile per consentire all’anestesista di inserire il lungo ago della spinale: credo che quello sia stato in assoluto il momento peggiore, non riuscivo a credere a quello che mi stava succedendo. Dopo mi hanno steso sul lettino operatorio, hanno messo il telo di separazione e lì mi è apparso un angelo con cuffia e mascherina, una ragazza che mi ha parlato per tutta la durata dell’operazione, che mi ha distratto e che mi ha fatta sorridere, è stata preziosissima, mi ha infuso grande serenità e leggerezza. Sentivo una strana sensazione nel resto del mio corpo, come se fosse un materasso ad acqua dove quei medici si divertivano ad affondare le mani, poi un attimo infinito di silenzio, un silenzio sospeso ed ecco apparire lui, un fagottino grigiastro con due occhi enormi e spaventati che mi guardavano da lontano, due occhi che non scorderò mai, da subito li ho riconosciuti, identici a quelli di Andrea. M. l’ha preso, me l’ha avvicinato al viso, la sensazione più dolce mai provata, la sua guancia morbidissima contro la mia. Avevo le braccia piene di tubicini, non potevo stringerlo, ma mi sono aggrappata a lui con mille baci, finché non l’ho visto allontanarsi in braccio all’ostetrica verso il corridoio, dove Andrea aspettava con una faccia che non scorderò mai. Poi ricordo solo gioia e chiacchiere leggere mentre mi ricucivano, ricordo la fretta dei medici che se ne volevano andare a pranzo. Esco dal reparto operatorio e trovo una corolla di parenti corsi ad abbracciarmi. Vedo i loro visi sorridenti, affacciarsi sul mio letto che qualcuno stava spingendo verso il reparto. Andrea mi porta Dario, avvolto nella mia vestaglia rosa. Lo avvicino subito al seno e lui, come una ventosa, lo afferra! Una sensazione incredibile, nuova ma naturale allo stesso tempo. Ricordi confusi ma nitidi di quelle ore, parenti che vengono a trovarmi, sorrisi, pacchettini scartati, io imbrigliata tra i tubi delle flebo e il mio fagottino sempre nel letto con me. Non si è mai più allontanato. Ho passato la notte a guardarlo incantata, non riuscivo a dormire...

 

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