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Campania - Vico Equense - Osp. De Luca e Rossano - Il TC di Marcella Longobardi

COLPEVOLE

Se non fosse che da tre anni il mio bimbo con la sua gioia e il suo amore incondizionato ha colmato il vuoto che improvvisamente ho sentito nella mia pancia, oggi non ce la farei a raccontarlo. Certo, mi salgono ancora le lacrime agli occhi, sento un forte nodo alla gola e un fastidioso senso di nausea mi assale, ma ora credo di essere pronta a rivivere quel momento. Non che io non l'abbia già fatto...ma descriverlo a parole, dare "voce" a quel dolore provato, è un'altra cosa. 
Ancora oggi, ho la sensazione di non avere il diritto di soffrire per non aver partorito come avrei voluto. 
Non nascondo di sentirmi una stupida, esistono drammi ben più gravi, io ho messo al mondo un bimbo sano e forte e non ho il diritto di stare male solo perché non l'ho fatto in modo naturale o meglio perché non l'ho fatto io. Per quanto mi sforzi, non riesco a giustificare il mio stato d'animo.

E mi sento ancora più colpevole.

Questa che ho provato a descrivere è la sintesi di un lungo processo di consapevolezza che si è fatta strada in me molto lentamente. Da quando ho partorito, o meglio ho subìto il parto, ci ho impiegato più di un anno per comprendere da cosa provenivano quel senso di incompletezza e irrequietezza così profondi che non mi consentivano di vivere serenamente mio figlio. 

Ho rotto le acque intorno alle 8.30 la domenica mattina del 29 novembre 2009, 12 giorni dopo la dpp. Dopo aver chiamato la mia ginecologa (fuori a Milano perché partoriva sua nuora!) vado in ospedale, mi trattengono. Emozionata, indosso la camicia "da parto" accuratamente scelta da me e mia madre. Mi sistemano in una camera con altre 2 ragazze. Conoscendomi, avevo chiesto la stanza privata per avere un po' di privacy, ma essendocene solo una nel reparto, naturalmente era già occupata. Faccio subito monitoraggio e visita: tutto bene, bimbo in posizione, battito regolare e utero perfettamente chiuso! 
Dopo un'ora o due (non ricordo bene) cominciano le contrazioni, sono da subito abbastanza precise ogni 5-6 minuti. Non mi fanno mangiare, solo bere, e mi fanno camminare poco: "perché hai rotto le acque e potresti prendere un'infezione!". Ignorante e terrorizzata dò ascolto ai consigli delle ostetriche, ma a stare ferma sul letto proprio non ce la faccio. Il mio corpo mi dice che ha bisogno di muoversi, ma io lo zittisco e sbaglio.

Nel pomeriggio le contrazioni si fanno più intense e ravvicinate, ogni 3 minuti. Mio marito mi è vicino e vedo che mi vorrebbe tanto sollevare da quel dolore, ma poi lo cacciano finito l'orario di visita. Per me è tutto nuovo, le contrazioni sono dolorose ma le sopporto con serenità e un pizzico di gioia, mi concentro sulla respirazione e stringo forte la mano di mamma, mentre la mia sorellina prende il tempo. Sono le 20.30 circa, controllo le acque, non sono proprio limpide, ma mi dicono di stare tranquilla. Mi attaccano al monitoraggio: il battito è regolare per un po’, ad un certo punto però lo sento rallentare, l'ostetrica mi dice di non preoccuparmi, di respirare e respirare e tutto si regolarizza di nuovo. Vado avanti così, accogliendo ogni contrazione come un'onda che mi invade il basso ventre e mi "stringe" forte intorno alla schiena. Non riesco a stare stesa, sento la necessità di muovermi, ma il massimo che mi consentono è di stare seduta a cavalcioni su di una sedia...va già meglio. Chiedo di essere visitata, voglio sapere se il mio utero si sta preparando: sono solo a 2 cm!!! Decidono di portarmi in sala parto, mi attaccano al monitoraggio di nuovo e con i dolori che incalzano e i fili attaccati al pancione mi fanno l'epidurale. Mi ci è voluto un bel po' di autocontrollo per seguire attentamente le istruzioni dettate dall'anestesista. Ho ancora dolore però, ma quanto tempo ci vuole per fare effetto...In realtà non farà mai effetto.

I dolori aumentano e stesa sul lettino con il monitoraggio sempre attaccato chiedo all'ostetrica di poterle stringere la mano per sopportare meglio, quasi non mi crede quando le dico che sento ancora tanto dolore, più di prima! Intanto sono quasi le 22.00 e il battito del mio piccolo comincia a rallentare di nuovo e l'ostetrica stavolta osservando il monitor sembra preoccupata, mi visita subito e poi risoluta mi dice: "chiamo il ginecologo, la testa è ancora troppo alta, dobbiamo intervenire". Cerco di non farmi prendere dal panico, ma fra la preoccupazione per il mio bambino e i dolori che sono quasi insopportabili mi risulta davvero difficile restare lucida. In pochi secondi oltre ai dolori devo sopportare a turno le mani in vagina di 2 ginecologi. Mi fanno anche un'eco, credo, ma da questo momento in poi i miei ricordi si fanno un po' sbiaditi.

"Signora dobbiamo cesarizzare, il battito scende e non c'è dilatazione!". L'ostetrica cerca a modo suo di consolarmi: "io sono per il naturale, ma quando il cesareo ci vuole, ci vuole!". Sono tanto spaventata, gli dico di intervenire, ho tanto dolore, mi radono e contemporaneamente firmo le carte per il consenso. Richiamano l'anestesista che manovra alle mie spalle, intanto mi devono portare in sala operatoria ma con tutti quei fili non riescono a spostarmi sul lettino, lo faccio da sola con uno sforzo dettato dalla disperazione che si stava impossessando di me. Mi legano le braccia, alzano un telo, ma io sento tutto, mi stanno iniziando a tagliare, ma io sento tutto, stavolta comincio ad urlare, fa male, tanto male! L'anestesista mi mette una mascherina sul viso: "Signora respiri, respiri..." Poi più nulla.

"Sono nel giardino della casa dei miei genitori, un giorno pieno di sole, un luogo sereno e che mi dà pace". Una voce mi chiama: "Signora, sveglia! Auguri è diventata mamma, il bimbo sta bene". Sorrido a fatica, chiedo di nuovo come sta il bambino, menomale tutto bene. Sono ancora legata, vomito.

Alle 22.36 del 29.11.09 hanno fatto nascere mio figlio, lo conoscerò il giorno dopo alle 10.00 passate. E' mio figlio quindi lo amo, ma è un sentimento troppo razionale, non come mi aspettavo.

Colpevole di non aver provato da subito quell'amore materno di cui tanto si parla,

colpevole di non aver provato una felicità infinita,

colpevole di non aver potuto collaborare alla nascita di mio figlio,

colpevole di non averlo accolto fra le mie braccia e sul mio seno, ma soprattutto

colpevole di non aver sentito quel legame viscerale di cui probabilmente sono stata privata nel momento stesso in cui il cordone è stato reciso mentre i miei sensi erano stati messi a tacere grazie a un tubicino conficcato nella schiena e ad una mascherina appoggiata sul mio viso.

Oggi sono una mamma serena grazie a quello che mi dà mio figlio e ho raggiunto una sorta di equilibrio: ho imparato a convivere con il mio piccolo dolore e la mia cicatrice che resterà per sempre. Finalmente ho scoperto l'origine di questa mia insofferenza e la sopporto per rispetto a me stessa, in attesa di un riscatto!

 

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