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Emilia Romagna - Parma - Casa di Cura Città di Parma - Il TC di V.A.

Lo guardo ora e fa meno male quel sorriso sulla pancia, che mi ha portato a provare dolore, paura, insicurezza, ma che adesso, che sono in attesa di nuovo, mi ha dato forza e coraggio, voglia di sapere e rabbia anche con me stessa, per non essermi opposta quel giorno. 

Non sapevo, mi sono fidata di loro, dei medici. Purtroppo. Al corso pre parto forse ero l’unica tranquilla, non avevo ansie o paure, allenavo il perineo come mi avevano insegnato, parlavo al pancione, ascoltavo musica rilassante e a tutti quelli che mi chiedevano: "ma non sei terrorizzata dal parto?" io rispondevo con un sorriso: "assolutamente no!" ed era vero.

Erano le 4 del mattino di giovedì 18 ottobre 2012. Iniziano i dolori, decisi, frequenti e duraturi, molto più delle volte precedenti. Sono felice, penso che ormai ci siamo. 

Purtroppo di contrazioni ne ho avute parecchie durante la gravidanza, le conosco bene. Ero di 18 settimane quando ci fu il terremoto in Emilia, ero sul posto di lavoro, a Carpi, quella mattina del 29 maggio 2012, la porta più vicina era dall'altra parte del capannone e i calcinacci cadevano anche su di me. Un attacco di panico e da lì in poi ad ogni scossa la mia pancia diventava un macigno, così per mesi fino alla fine. Ma duravano un paio d'ore, mai di più e invece quella mattina fu diverso.

Alle 8 chiamo il mio ginecologo e mi dice di andare da lui in clinica per dare un'occhiata. Gravissimo errore. Avrei dovuto aspettare, ma ancora non sapevo.

Alle 10 il primo tracciato e la prima visita, le contrazioni ci sono, forti e regolari ma non ero dilatata. Così per 30 ore (ho fatto 6 tracciati, uno di ben 2 ore e rispettive visite) alla fine ero dilatata di 1,5 cm, ma distrutta dalle contrazioni e da ore di scale. Perché mi avevano detto di camminare, di fare su e giù per i 5 piani dell'ospedale per favorire il travaglio, ma non mi avevano detto che il bimbo era in rotazione occipito sacrale (l'ho letto in cartella dopo dei mesi, mi avevano detto solo che era di faccia), che non sarei dovuta rimanere supina a letto, che avrei potuto assumere posizioni diverse e aiutarlo a scendere...non mi hanno detto nulla, mi hanno lasciata così, da sola.

La notte la passai tra una contrazione ed un tracciato, non dormii: pensavo a cosa potevo fare, ricordai un'amica che disse che la liquirizia aiutava il travaglio, avevo delle caramelle, ne mangiai 5 o 6 credo, la situazione peggiorò, e fui io la causa. La mattina del 19 avevo la pressione alle stelle, 150/100, mai avuta così alta in gravidanza, era sempre perfettamente normale. Ma nessuno mi disse nulla, l'infermiera mi chiese solo se prendevo qualcosa per l'ipertensione. "Io?" le dissi, "certo che no, non è mai stata un problema la pressione". 

Poi lei seria uscì dalla camera e io e mio marito scendemmo al bar. Io prendo un succo di frutta, ho la bocca un po' impastata e ho voglia di qualcosa di fresco, lui fa colazione. Sono circa le 9 del mattino.

Mi siedo sulle poltrone all'ingresso, sono un po' triste che il travaglio non sia partito, ma sono fiduciosa, in fondo io sto bene, il bimbo anche, sono a 38 settimane spaccate, ho tempo. Dopo pochi istanti entra il mio ginecologo di corsa, gli vado incontro, gli dico che ancora non si è mosso nulla e gli chiedo un aiuto, un consiglio sul da farsi e così arriva dura come una sberla improvvisa la sua frase “dobbiamo fare il cesareo, hai la pressione troppo alta”. 

Alta? Io? No impossibile!!! Non ci credo, poi mi dice che l'infermiera che me l'aveva misurata lo aveva chiamato subito. L'equipe per l'intervento era già stata allertata. No, non a me, non può essere penso.

Scoppio in lacrime, no non poteva, dovevano aiutarmi, abbassarmi la pressione, calmarmi le contrazioni (continuavo ad averne 7 in 10 minuti che andavano da 90 a 150).

Mi fidavo di lui, il mio ginecologo. Lui mi ha fatta nascere nonostante la brutta gravidanza di mia madre. Non può essere. Mi parla di rischi per il bambino e così, a questa frase, crollo e mi affido alle loro mani. 

Chiamo mamma e papà in lacrime per dirglielo. Partono subito per venire da me. Alle 9.30 firmo una serie di fogli che non voglio nemmeno sapere cosa ci sia scritto, mi danno una crema per depilarmi, mi faccio una doccia, tolgo gli orecchini ma la fede al dito non viene via, ho le mani gonfie come non mai, allora mi dico "caspita, è vero, la pressione alta". Tolgo le lenti a contatto, da lì in poi non vedrò più nulla, mi caricano al volo e sempre con le lacrime agli occhi bacio mio marito e lo saluto dall’ascensore che mi porterà al piano delle sale operatorie.

Mi fanno l’anestesia spinale, tremo come una foglia, singhiozzo dal pianto, non riesco a stare ferma, l'anestesista mi fora ben 4 volte prima di riuscire a centrare il punto giusto e ciò mi costerà caro perché per 5 giorni soffrirò dell’emicrania più potente della storia. Mi sdraiano, mettono il telo, mi aprono le braccia come se mi crocifiggessero e mi infilano tubi qua e là.

Comincio a sentire le loro mani e i loro strumenti, sento ogni loro movimento, mi impressiono, mi agito, non respiro più, penso "ok qui io muoio e non potrò nemmeno conoscere il mio bambino", mi mettono l'ossigeno, loro non parlano, solo quando tirano fuori il bambino, alle 11.03, dicono che ha tanti capelli ed è uguale al papà, sento tutto, sento lo svuotamento, ora lui non c'è più nella mia pancia, è nato, ma non l'ho fatto nascere io. Scende una lacrima.

Lo volevo vedere, lo volevo abbracciare, invece lo portano via. Lo sento piangere dopo alcuni minuti, lontano, in un'altra stanza, mi dicono che ha il setto nasale deviato e fanno fatica a infilargli la cannula per aprirgli le vie respiratorie. Poi finalmente arriva, il mio fagottino, un istante, me lo mettono accanto al viso, sento il suo profumo, ha i miei occhi, ci guardiamo, lo bacio, tante volte, poi me lo portano via di nuovo. Scoppio in lacrime e mi addormentano. Ecco, qui il vuoto. 

Poi mi ritrovo in camera e arriva mio marito col mio cucciolo pulito e vestito in braccio. 3,950 kg per 54 cm. È grande! Bellissimo! In ospedale rimango altri 4 giorni, ho questo terribile mal di testa che non mi permette di alzarmi se non con flebo di antidolorifici. L'allattamento è difficile, lui non si attacca, io sono perennemente ingorgata. A casa inizio col tiralatte, almeno così riesco a dargli il mio latte, arrivo a riempire 6 biberon al giorno, oltre 1 litro, ma solo grazie alla mia costanza e quella rabbia che mi spingeva a dire "non l'ho partorito, non posso non allattarlo" 4 mesi di duro lavoro, mani e polsi indolenziti, ma alla fine almeno in quello vinco io.

Nei primi mesi per colpa del sonno e della stanchezza non avevo analizzato com'era andato il parto. Mi sentivo strana, sconfitta, ma il fondo lo toccai dopo molti mesi quando una cara amica partorì in condizioni realmente critiche: pressione alta da giorni, non un episodio singolo come accaduto con me, ma fu aiutata ad avere un parto normale. Lì venne fuori il mio reale dolore, ma mio marito non capiva, mi rispondeva "ma che t'importa di come è nato, guardalo! è sano, bello, non farti delle pare inutili!", i miei genitori uguale. Solo mia madre capì che qualcosa non andava perché mi accanii così tanto con l'allattamento. Tutti lo videro come un capriccio. Forse sbagliai a tenermi tutto dentro, mi sentii folle in alcuni momenti così decisi di cercare un aiuto esterno e trovai su facebook il gruppo "Noi vogliamo un VBAC". 

Lessi storie come la mia, sensazioni come le mie, le stesse paure, ogni cosa e capii che solo chi ha provato un cesareo e lo ha sofferto poteva capirmi. L'avessi trovato prima. Ho toccato il fondo e sono risalita; ho letto libri, ho preso coscienza che sì, era stata colpa mia se le cose erano andate male, ma solo perché ero ignorante in materia. A marzo, se tutto andrà come spero, ci riproverò. Proverò a dare al bambino che ora cresce in me una nascita come merita, rispettata il più possibile. 

Non mi affiderò più ai medici se non c'è bisogno reale, non correrò più in ospedale in prodromi. La mia ostetrica mi dirà quando è il momento giusto per andare. 

Da questa ferita ne è nato qualcosa di buono, più sensibilità verso le tematiche che prima non conoscevo, più coscienza in me stessa, come donna e madre.

 

Il VBAC riuscito di Valentina è raccontato qui:

Emilia Romagna - Carpi - Osp. Ramazzini - Il VBAC di Valentina Arletti

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