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Puglia - Manfredonia - Osp. San Camillo de Lellis - Il TC di M.C.

Sono passati quattro anni dal mio tc e ancora adesso non ho trovato la serenità per poterlo scrivere e raccontare senza lasciare “pedate” di rabbia e odio verso coloro che mi hanno trascinato in sala operatoria senza motivo. Ci sono voluti due anni per “guarire” da quel taglio che ha lacerato il mio cuore.

Avevo ventisette anni ed era la mia prima gravidanza. La mia è stata una gravidanza perfetta. Ho seguito le orme di chi prima di me aveva percorso quella strada. Mi sono fatta seguire dal primario. Ogni mese c’era la solita ecografia, gli esami e la visita. Negli ultimi mesi le intromissioni del resto del mondo iniziavano a darmi fastidio. Tutti volevano raccontarmi la loro esperienza tragica.

“Non andare in quell’ospedale perché ti fanno crepare”, “Vedrai la morte con gli occhi”, “Può darsi pure che ti fanno il cesareo”, “Dillo alla dottoressa di turno che il tuo bimbo è grosso, come farai?”, “Ma lo sai che oggi al tg hanno detto che una donna è morta dopo il parto?”.

Queste sono le frasi che parenti e amici mi hanno regalato durante l’ultimo mese di gravidanza; il tutto condito con la maledizione dell’influenza H1N1 che mi tormentava con la questione del vaccino. Decisi di non vaccinarmi. All’ultima visita il noto primario mi disse che era ora di iniziare i tracciati. Ero a trentotto settimane. Decisi di scegliere l’ospedale più vicino a casa per comodità. L’ospedale non aveva organizzato un corso pre parto (non c’erano fondi) ed io mi sentivo un po’ a digiuno sul da farsi. Il noto primario mi disse: “Non preoccuparti, quando sarai lì, ti diranno cosa fare”.

Passarono tre giorni dalla data fatidica. Quella mattina trovai una strisciolina di sangue e feci l’errore madornale di recarmi in reparto per un controllo. Mentre aspettavo la visita, iniziarono le contrazioni. Con il passare del tempo diventavano sempre più forti, sempre più acute. Dovevo aspettare che il medico di turno finisse tutte le visite della mattina, così mi ritrovai su quella panchina bianca piegata in due dai dolori. Davanti a me c’erano delle ragazze che dovevano fare la visita. Sentivo il loro sguardo su di me ogni qual volta arrivava la contrazione. 
Lì mi sono sentita violata per la prima volta. Volevo starmene da sola con il mio dolore ma non potevo andare in nessun’altra stanza. Dovevo stare lì, su quella panchina ad aspettare il mio turno con quegli occhi curiosi che mi guardavano con insistenza. Per caso passò di lì un’ostetrica e vedendo il mio volto sofferente, mi portò in un’altra stanza e mi visitò. “Bene, sei a 4-5 cm. Il travaglio procede bene. E’ tutto nella norma". Mandai mia madre a casa a prendere la valigia mentre io fui accompagnata della mia stanza. Accanto al mio letto c’era una donna sorridente che aveva partorito il giorno prima con taglio cesareo e i suoi parenti. Lì mi sono sentita violata per la seconda volta.
I dolori erano aumentati ed io non riuscivo né volevo starmene a letto in quella stanza con quelle persone che mi guardavano fisso. Volevo la mia privacy. Non sopportavo essere guardata mentre la contrazione mi penetrava nel profondo. Le infermiere non potevano mandarmi in sala travaglio perché non avevo ancora fatto la visita con il medico di turno. Mi capitò proprio il medico che non volevo incontrare. Volevo fuggire ma ero sola; né mia madre, né mio marito erano ancora arrivati. Mi visita facendomi sentire le stelle. “Ah, ma il bimbo è grosso” (3.920 kg), “Ah, ma tu sei bassa” (1,63 cm), “Ah, ma tu hai i fianchi stretti” (chi io? Ma se ho due fianchi enormi!). “Ascolta, è sabato. Tra un po’ il mio turno finisce. Tu non riuscirai a partorire. Soffrirai fino a stasera e poi ti faremo il tc. Io non voglio vederti soffrire. E’ meglio che lo facciamo adesso. Non è nulla”. Intanto era arrivata anche mia madre. Mi aveva lasciato con le parole dolci dell’ostetrica e ora mi aveva trovato in balia dei dolori e nelle mani di questo “macellaio in camice” che aveva fatto allontanare l’ostetrica e dopo avermi fatto terrorismo psicologico mi aveva spedito allegramente nella sala operatoria.
Mi fidai delle parole del medico. Mi ero convinta che non avrei mai potuto partorire perché il bambino non sarebbe passato. Mentre l’infermiera mi preparava per l’operazione, le contrazioni continuavano ad arrivare sempre più forti. Mi fecero sdraiare sul lettino e mi trasportarono in un lungo corridoio. Riuscii a vedere i miei parenti per un secondo, poi le ruote del lettino presero velocità. Vedevo tante porte aprirsi al mio passaggio, tanti corridoi, tante sale e intanto le contrazioni erano sempre più forti. Sentivo il vento sfiorarmi il volto. “Ma dove corrono? Il bimbo sta bene. Non c’è sofferenza”. Gli infermieri mi lasciarono alla fine della corsa davanti ad una porta, felici di aver finito il turno. Anche loro avevano fretta di tornare a casa per il pranzo e godersi il weekend.

All’improvviso la porta si aprì e sbucò un altro infermiere sorridente. Faceva il simpatico. Mi disse di mettere i capelli nella cuffia. Mi sorrise dicendomi che tra un po’ sarei diventata mamma. Mi chiese il nome, la professione e le tipiche domande di chi vuole distrarti. “In cosa ti sei laureata?” mi chiese, ma io non riuscivo a rispondere, le contrazioni mi toglievano il respiro. Mi portò in una stanza. C’era un signore in attesa dell’operazione. Ci separava un telo. Mio Dio, volevo urlare! Lì mi sentii violata per la terza volta. Il signore dall’altra parte del telo sentiva i miei lamenti, il mio dolore. E’ possibile che tutti mi dovessero vedere in quello stato? Dopo qualche minuto arrivò l’anestesista con la cuffia colorata e mi fece firmare il foglio con il consenso. Anche lui si mostrò sorridente. Tutti erano felici e sorridenti tranne me. Mi portarono nella sala operatoria e mi fecero l’epidurale. Ero completamente nuda dal bacino in giù. Lì mi sentii violata per la quarta volta. Due medici, un anestesista e cinque operatori assistevano all’operazione. Mi alzarono le gambe come un vitellino prima di essere macellato. Sentivo il mio pudore morire sotto un treno in corsa. Mi alzarono il telo verde davanti. Da questo momento in poi potei ascoltare solo le voci. Il medico di turno era alla mia sinistra. Sorrideva e cantava. Alla radio stavano trasmettendo “Per tutte le volte che” di Valerio Scanu. Sentii sgusciare mio figlio, lo sentii piangere. Intanto il “dottore canterino” sgusciò via dalla sala operatoria augurando a tutti un buon fine settimana.

Dopo averlo lavato e misurato, mi portarono il mio scricciolo avvolto in un telo verde. Vidi i suoi occhietti scuri che mi guardavano. Feci in tempo a dargli solo un bacio. Poi me lo portarono via perché secondo il pediatra si stava raffreddando. Mi fu portato in camera4 ore dopo.

 

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