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Lombardia - Bergamo - Ospedali Riuniti - Il TC di Francesca Neri

E’ un lunedì mattina quando finalmente il test davanti a me dice “incinta 1-2 settimane”, chiamo mio marito al lavoro piangendo di felicità!

Passo i miei giorni tra letto e divano, stremata da una nausea tremenda che non mi dà tregua. Non ho aspettative particolari per il parto, sono cresciuta in una famiglia numerosa e dai racconti di amiche, cugine e zie so solo che è tremendamente doloroso, con un ricco contorno di lacerazioni, episiotomie e strane manovre. Il risultato di tutto ciò è ovviamente che sono terrorizzata all’idea di partorire.

La gravidanza procede benissimo ma lo spauracchio del parto è lì nella mia testa e spesso la notte mi tiene sveglia. Decido che non voglio soffrire, che non siamo più nel medioevo e che al giorno d’oggi ci sono i mezzi per affrontare il momento del parto con meno dolore. E’ deciso: farò l’epidurale. Sono talmente focalizzata sulla mia paura di soffrire che me ne frego altamente di tutti i rischi e gli effetti indesiderati che ci elencano al corso pre-parto e all'incontro con l’anestesista.

A due giorni dalla mia DPP perdo il tappo e sento delle contrazioni preparatorie che ormai mi accompagnano da qualche tempo. Sono tranquilla, emozionata e cerco di godermi i miei ultimi giorni con il mio bellissimo ed enorme pancione. La domenica sera, giorno della mia DPP, dopo cena comincio a sentire delle piccole contrazioni, molto simili ai dolori mestruali. Mio marito è reperibile e deve uscire per un guasto, rimango da sola per circa 3 ore, le contrazioni ci sono ancora ma niente di che. C. rientra verso le 23.30 e andiamo a letto. Non riesco a dormire e sento che stavolta sono diverse, mi sembrano più regolari e anche lunghe. Prendo un bloc notes e comincio a segnare frequenza e durata. Mi muovo di continuo e non voglio disturbare il sonno di mio marito così mi alzo, cammino per casa e alla fine assonata mi metto sul divano. Arrivo alle sei del mattino con un sonno boia e contrazioni regolari ogni 5 minuti che durano circa 40 secondi. E’ ora, penso, così vado sotto la doccia, ci sto 20 minuti buoni, esco e le contrazioni si fanno un po' più forti, ma sono sempre ogni 5 minuti. Non voglio andare in ospedale troppo presto e prima di svegliare C. do una sistemata alla casa e controllo la valigia per l’ospedale. Si fanno le 8, chiamo mio marito e gli dico di fare con calma: caffè, doccia e telefonate di routine per gestire il personale.

Arriviamo in ospedale alle 9.30 circa, mi fanno entrare subito in sala travaglio e mi mettono il monitoraggio, ora comincio ad avere un po'di paura, ma non lo do a vedere e scherzo con mio marito. Dopo un po' arriva S. l’ostetrica, mi dice che le contrazioni ci sono e sono buone e senza nemmeno visitarmi mi dice che mi ricoverano e mi mettono una cannula endovenosa al polso sinistro. Sto sotto monitoraggio ancora qualche minuto e mi portano in sala visite. C’è un ginecologo neo assunto che ho avuto la sfortuna di incontrare qualche settimana prima al pronto soccorso ostetrico. È antipatico, brutto e poco delicato. S. mi fa accomodare sul lettino, il Dottore comincia a ravanare e sentenzia “2 cm appena” poi senza avvertirmi di nulla prima l’ostetrica e poi lui mi fanno lo scollamento delle membrane. Piango perché fa male e S. mi dice “tranquilla un minuto e abbiamo finito, ti stiamo aiutando”. Esco dalla sala visita ancora dolorante e bianca come un lenzuolo, mio marito mi prende per mano e mi dice che mi sentiva piangere, ma non l’hanno lasciato entrare. Entro in reparto e dico a C. di andare a casa e approfittarne per riposare un po’. Nella mia stanza ci sono due donne che hanno appena partorito, le vedo tranquille e serene con i lori cuccioli e penso che forse non è così doloroso come dicono. Eccola lì ancora una volta la mia maledetta paura del dolore.

Dopo aver pranzato mi metto a letto, le contrazioni non fanno poi così male e si sono anche diradate. Cerco di dormire data la nottata in bianco. Mi sveglia un'infermiera che mi dice che deve controllare il battito. Le chiedo cosa succede se il travaglio non dovesse partire da solo e mi dice che se così fosse la mattina dopo mi avrebbero indotto il parto. Arriva mio marito e cominciamo a passeggiare per il reparto, dopo un po' le contrazioni cominciano a farsi sentire e fanno più male, tanto che devo fermarmi e stringere la mano di C.  Mi fanno male le gambe e decidiamo di tornare in camera. Sono al telefono con mia suocera quando sento una contrazione fortissima che mi toglie il fiato e poi il rumore di un palloncino che scoppia. “Mi si sono rotte le acque!” dico a mio marito e corro in bagno, ma mi accorgo subito che sono tinte, tendono al verde. Chiamiamo l ‘infermiera che dopo aver visto il colore del liquido mi fa subito un prelievo e mi porta in sala travaglio. Ritrovo il ginecologo brutto e antipatico che mi visita come al solito con tutta la sua delicatezza e con sorpresa sono tra i 4 e i 5 cm. Afferra un bastoncino verdino e lo infila per fare non so cosa visto che il sacco è già rotto. La tortura finisce e mi sposto in sala parto. Da quando ho rotto il sacco le contrazioni si sono ravvicinate e sono più dolorose.

L’ostetrica A., che mi seguirà per un paio d’ore ancora, mi dice che se desidero fare l’epidurale quello è il momento giusto. Non ci penso nemmeno un secondo e le dico di chiamare l’anestesista che arriva quasi subito e mi fa tutto in pochi minuti. E’ una goduria: mangio tè e biscotti e passeggio per i corridoi con il mio monitoraggio wireless. Nella mia testa penso “ho fatto bene a scegliere di fare l’analgesia, sto da Dio”. Cambio turno: salutiamo A. e arriva R. che aveva tenuto anche il corso preparto. Da questo momento in poi i miei ricordi si fanno un po’ confusi. L’effetto dell’epidurale comincia a svanire e mi fanno il secondo bolo. Verso i 7 cm l’ostetrica mi dice che la dilatazione procede un po’ lentina e mi attacca una flebo di ossitocina. Per me va tutto bene, compiliamo tutti i documenti e ad ogni visita lei mi rassicura che tutto procede. Finisce anche il secondo bolo e l’anestesista dice che non mi farà nessuna altra iniezione perché altrimenti rischierei di non sentire le spinte. Passo dal non avere nessun tipo di dolore a delle contrazioni allucinanti che mi spaccano in due. Urlo, piango e mi rendo conto che non riesco a gestire il dolore, lo rifiuto e odio ogni singola contrazione. Inizio a sentire la necessità di spingere, ma R. mi dice di trattenermi che non è ancora ora. Mi visita, mi dice che il bambino è posizionato male, che guarda a sinistra (almeno io ricordo così), scopro poi dalla cartella clinica che era in asinclitismo, devo quindi provare diverse posizioni per aiutarlo a mettersi bene. Mi metto carponi, ma mi sembra di morire, allora mi alzo e mi attacco a mio marito che poverino cerca di aiutarmi anche nella respirazione, ma gli urlo contro come una pazza. Ultimo tentativo: il lettino, sdraiata sul lato sinistro e con la gamba destra sulla sbarra, mentre in tre mi visitano di continuo anche durante le contrazioni. Questi momenti sono quelli che ricordo come i più dolorosi in assoluto. Non mi rendo nemmeno conto che qualcosa non va, del perché sono lì in tre e che la ginecologa fa avanti e indietro. Mi rendo conto della presenza della dottoressa solo quando mi dicono che dovrò fare un cesareo. Abbandono finalmente il lettino e trovo giovamento stando accovacciata su uno sgabellino bassissimo e mio marito che mi sostiene da dietro. Comincio a spingere, ma lo faccio male, non riesco a capire come fare, poi R. mi dà le mani per farmi forza e mi dice che ora si che va bene, devo spingere così. Sono talmente stanca che riesco ad appisolarmi tra una contrazione e l’altra, mi sembra di spingere da un’eternità e chiedo all’ostetrica se riesce a vedere la testa, mi dice di no e io crollo implorando il cesareo. Dopo 2 ore abbondanti di spinte senza successo ritorno sul lettino, la ginecologa mi fa un'ecografia e li mi dicono che il bambino è alto, troppo alto ancora, e io sono esausta.

R. mi guarda e molto dolcemente mi dice “senti Francesca, stai spingendo da due ore, tuo figlio comincia a perdere i battiti: facciamo un cesareo ok?”. Mi sento sollevata al momento perché non sopporto più le contrazioni e non ho più la forza di muovere un dito. Non rispondo nemmeno, R. mi chiede se ho capito quello che sta succedendo perché non reagisco, sto li ferma come un palo e con le mani che tremano riesco anche a firmare il consenso all’intervento. Le luci si accendono, ho un numero indefinito di persone intorno a me, una mi depila, un'altra mi butta dell’acqua gelida sulle parti intime, un'altra ancora mi mette le calze elastiche, l’anestesista che traffica con delle flebo e poi ricordo la faccia di mio marito terrorizzato che mi guarda. Qualcuno mi dice “dai un bacio a tuo marito, lui resta fuori ad aspettare” e così gli do un bacio e mi ritrovo in sala operatoria, c’è una luce fortissima e tanto freddo. Vedo gente che entra ed esce dalla sala, mi guardano come se fossi un pacco postale. Nemmeno un sorriso, un incoraggiamento...sono sola. Mi spostano sul tavolo operatorio e tirano su un telo blu. Mi legano le braccia e l’anestesista mi dice che hanno già tagliato, sento dolore dentro la vagina, mi dice che è normale. Mi sento strattonare, vedo l’ombra dell’ostetrica attraverso il telo, ho quest’immagine stampata in testa di lei che tira la pelle della mia pancia. Cerco di distrarmi guardando l’aspiratore accanto a me e poi eccolo che nasce lo sento piangere e vorrei piangere anch’io, ma non ci riesco. Seguo il suo pianto, mi aspetto di vederlo un secondo almeno, ma niente lo portano via subito e prego che stia bene. Dopo un po' torna l’anestesista con in braccio questo fagottino tutto azzurro e mi dice “tesoro ci credo che non passava è un ciccione!”. Ricordo i suoi occhioni, il suo visino tutto rosa con le guanciotte rosse e di avergli guardato le mani e di aver pensato “ha le mani grandi come il suo papà”. Mio marito fortunatamente ha potuto assistere al suo primo bagnetto e siamo stati insieme tutti e tre nella saletta adiacente alla sala operatoria per le due ore di osservazione e ho provato ad attaccarlo al seno. Di quei primi minuti con mio figlio ricordo solo che avevo dei tremori assurdi e tanto sonno.

I giorni seguenti sono stati difficili: nonostante l’aiuto degli antidolorifici ho sofferto molto, la prima volta che mi sono alzata dopo l’intervento mi è sembrato di spaccarmi a metà. Il senso di fallimento è arrivato dopo qualche giorno, insieme al senso di colpa per non avere tenuto duro con un allattamento difficile che era partito male e finito nel peggiore dei modi. Pensavo dentro di me: “che madre sono?”. Ho passato le settimane successive al parto piangendo di nascosto e con il pensiero fisso che non avrei avuto più figli perché non volevo rivivere quell'esperienza di nuovo, perché ero convinta che dopo un cesareo ci debba essere un altro cesareo. Mi sono sentita una non donna e una non mamma e guardavo mio figlio cercando disperatamente di stare meglio. Fisicamente sono guarita abbastanza velocemente anche se per il primo mese non sono riuscita a tenere il mio cucciolo in braccio in maniera decente e per alzarmi dal letto dovevo letteralmente rotolare fuori.
La ferita emotiva è ancora lì, a volte riemerge di colpo e mi ritrovo con i miei pensieri e penso che niente e nessuno può farmi stare meglio, nessuno capisce il mio dolore, la mia rabbia. Allora me lo tengo dentro e anche se ormai a distanza di quasi due anni fa un po' meno male credo che mi accompagnerà tutta la vita. Mi tormento pensando che mi sono persa l’emozione di dare alla vita mio figlio, di sentire quel tepore che tutte le donne sentono quando il loro cucciolo sguscia fuori, l’odore di mio figlio e di quello che siamo stati per nove mesi, essere la prima a guardarlo negli occhi e fargli capire che la mamma è qui e che non deve avere paura, condividere tutto questo con mio marito, vederlo emozionarsi tagliando il cordone, vederlo diventare padre e diventare genitori insieme di fronte al frutto del nostro amore. Poi penso al mio piccolo e a cosa avrà provato...alla sua paura quando delle mani sconosciute l’hanno preso e portato via di corsa al freddo e lontano dalla sua mamma. Purtroppo questi sono momenti che nessuno potrà restituirmi e che hanno lasciato in me un vuoto enorme. Ero convinta fosse esclusivamente colpa mia, ma leggendo e documentandomi ho capito che posso incolparmi solo fino ad un certo punto. Mi auguro con tutto il cuore che la prossima volta le cose vadano diversamente. Un futuro parto naturale non potrà di certo sanare la ferita che il cesareo ha lasciato, nè tantomeno restituirmi i momenti persi, ma in questi anni ho letto tanto e ho capito molte cose, insomma nel mio piccolo qualcosa in più ho imparato e farò il possibile per garantire a mio figlio e a me stessa una nascita e un parto rispettati. 

 

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