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Puglia - Foggia - Osp. Riuniti - Il TC di A.V.

Ricordo ancora i colori stupendi di quel settembre del 2007, quando ho scoperto di aspettare Leonardo. Avevo 20 anni e poche certezze, tranne una, l'amore per Fabio, l'uomo che sarebbe poi diventato mio marito.

La gravidanza procede nel modo migliore possibile e persino le nausee decidono di lasciarmi in pace e farmi godere il giorno del mio matrimonio. Se solo non fossi stata così ingenua, mi sarei dovuta accorgere di quei piccoli segnali che hanno costellato le inutili visite ed ecografie continue e che mi avrebbero condotta al cesareo: ad ogni ecografia la ginecologa non faceva che ripetermi quanto fosse grande il mio bambino e quanto fossi piccola io...

Difatti allo scoccare della 39esima settimana, dopo l'ennesima ecografia in cui mio figlio risulta avere un testone di 10 cm per 3.900 kg di peso, mi viene programmato il cesareo per il giorno lunedì 26 maggio 2008. 
Ma Leonardo non ci sta, protesta a modo suo, e così sabato 24 maggio 2008 vengo svegliata alle 5 del mattino da una contrazione incredibilmente forte e dolorosa: "mamma, permettimi di nascere!". 
Ma mamma è sola ed impaurita. A mamma è stato detto che non sarà in grado di farti nascere perché tu sei troppo grosso per lei! Mamma non sa neanche che cosa le sta succedendo. 
Il mio corpo, infischiandosene della mia testa, continua a lavorare per conto suo: le contrazioni sono ravvicinate e belle forti e perdo il tappo mucoso. Alle 9 vado in ospedale a digiuno, convinta che mi avrebbero operata di lì a poco. Invece mandano mio marito a fare le carte per il ricovero e mi lasciano nel corridoio del reparto, con la mia valigia in mano, sola e sempre più impaurita: cos'è tutto questo dolore? Voglio Fabio, voglio mia madre, dov'è la dottoressa? Finalmente qualcuno si accorge di me, è un'infermiera. Mi porta in una camera dove mi sistemo, mi cambio, ma tremo così forte che tutto è difficile. Mi visita un medico sconosciuto con brutalità che dice: "Questa si spiccia subito". "Questa" da quel momento in poi è carne da macello. 

Sala travaglio, clistere, depilazione a crudo, legata al tracciato, flebo di ossitocina nel braccio, padella per fare pipì, sacchetto in cui vomitare. I dolori ormai sono fortissimi, non mi danno tregua e io non li voglio! Grido, piango e vomito per ore, mentre la dottoressa di turno mi dice: "Calmati dai, ma quante storie! Hai 21 anni". Vorrei che tutto finisse. Doveva essere il giorno della vita, allora perché vorrei morire? Sono in preda al panico e bloccata, persino i ricordi qui sono confusi. Alle 18 decidono di portarmi in sala operatoria. Braccia legate, tenda verde davanti al viso: "zic-zac", sento mani muoversi nel mio pancione e Leonardo viene tirato fuori dal mio corpo: 3,700 kg per 51 cm. Risuona in me la voce di mia madre: "Quando lo guarderai negli occhi ti sembrerà di conoscerlo da sempre". Ma io sono stanca, triste e stremata. Me lo portano per una frazione di secondo accanto al lettino. Ho gli occhi annebbiati e non lo vedo. I nostri occhi non si sono neanche sfiorati e già lo portano via. Intanto l'antidolorifico non fa effetto e i dolori post-operatori cominciano prestissimo, la mia pancia mi sembra trafitta da mille pugnali. Qualche ora più tardi me lo portano in camera, ma io sto così male che vorrei solo riuscire a riposare un po', vorrei capire qualcosa, mettere ordine in quella giornata terribile. Fabio dice: "Amore è bellissimo, guardalo". Non l'ho guardato, ho chiamato il nido e ho chiesto alla puericultrice se potevano tenerlo loro per la notte.

Allora ancora non ne ero consapevole, ma il mio cammino per perdonare me stessa è iniziato la mattina seguente, quando, finalmente incurante del mio dolore, ho voluto conoscerlo (sebbene dopo più di tredici ore dalla sua nascita, e questo non potrò mai perdonarmelo). L'ho preso dalla culla, l'ho poggiato sul mio letto e l'ho spogliato nudo, per sentire il suo profumo e vedere i suoi piedini.

 

Il VBAC riuscito di A.V. è raccontato qui:

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