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Sardegna - Sassari - Osp. San Pietro - Il TC di O.P.

La mia gravidanza è stata abbastanza nella norma. Avvertivo le contrazioni già dal 4 mese, per fortuna! Solo così ho potuto fermare la minaccia d'aborto che ho avuto a 19 settimane, proprio perchè sentivo le contrazioni quasi ogni 5 minuti, da lì a riposo per una settimana con vasosuprina. A parte questo episodio, per il resto è andato tutto bene.

31 marzo 2010 - 40 settimane: inizio i monitoraggi. Il giorno successivo inizio a perdere il tappo. Tutta la 40esima settimana trascorre con contrazioni sempre più forti, che aumentavano la notte per poi calmarsi al sorgere del sole. 

6 aprile 2010 - 41 settimane: la mattina verso le sette mi alzo con una sensazione di bagnato, avevo rotto le membrane. Il liquido era tendente al giallo, ma era mischiato al tappo. Era giorno di monitoraggio, perciò verso le 9 mi reco in ospedale dove subito avverto che forse mi si erano rotte le acque. Subito mi visitano, all'inizio mi dicono che è muco, poi per sicurezza fanno il test e dicono che è liquido amniotico. Mi ricoverano. Irene ha la testa alta, il collo dell'utero è pervio al dito ed io inizio ad avere qualche contrazione più forte ma non regolare, dopo un veloce clistere mi mettono subito sul lettino in compagnia di un’altra donna in pieno travaglio e mi attaccano al monitoraggio dicendo che per prassi appena avviene il ricovero devono fare almeno mezz'ora di tracciato. Appena mi liberano fuggo fuori e vado dal mio compagno e da mia madre, proprio non mi va di stare dentro quella stanza. Dopo un po' sono costretta a rientrare, mi fanno una puntura sul sedere di buscopan senza dirmi nè cosa fosse nè a cosa servisse. 

Oltre le 12.00: arriva una dottoressa, non so se era ginecologa o ostetrica, mi dice di sdraiarmi, prende una specie di uncino e mi rompe le acque, così senza chiedermi il parere nè spiegarmi nulla, a quanto pare è un vizio del reparto! Inizio a perdere un sacco di liquido, che è tendente al giallo. Mi mettono di nuovo il monitoraggio così sono di nuovo costretta a rimanere a non più di un metro dalla macchinetta. Inoltre non posso muovermi più di tanto perchè non funziona molto bene e subito perde i battiti. Ho una gran sete, il buscopan mi ha fatto venire l'arsura, ma non posso nè bere nè mangiare. Nel frattempo la mia vicina di letto è nel pieno delle sue contrazioni, anche lei fissa a letto con il monitoraggio, la dottoressa le propone l'ossitocina, lei le urla che non vuole: la dottoressa le dice di non fare la bambina e glielo mette comunque. Nel frattempo anche le mie contrazioni iniziano a farsi sentire. Si libera una stanza così spostano l'altra ragazza e mi danno la possibilità di far entrare mia madre. Da quel momento mi rilasso, mi sento protetta, mia madre sa consigliarmi varie posizioni, mi fa alzare, si mette dietro di me, mette le sue braccia sotto le mie ascelle e mi dice di appoggiarmi completamente a lei durante la contrazione, mi dice di aprire la bocca insomma: è la mia doula. Sono così tranquilla che ad ogni contrazione sono felice, mi immagino come su una lunga strada dove da una parte ci sono io e dall'altra c'è la mia bambina e ad ogni contrazione facciamo un passo l'una verso l'altra. E’ bello davvero bello! Le contrazioni sono vicinissime, non mi ricordo nemmeno della breve pausa. 

Ore 15.00 circa: entra un’altra dottoressa, mi visita durante una contrazione. Sono dilatata di tre cm (se non ricordo male) e mi dice che la bambina è ancora alta. Se ne va, ritorna con altri camici bianchi, inizia a dirmi che potrei rischiare un parto asciutto, un lunghissimo travaglio, che la bimba è ancora alta, perciò mi conviene optare per il cesareo perchè tanto avrei sofferto inutilmente. Da lì tutto precipita, mi accorgo che mentre cerco di riflettere sulle parole della dottoressa le contrazioni rallentano, e mi convinco che forse ha ragione: inizio a piangere, mia madre che mi guarda e non sa cosa dire, mi dice di non preoccuparmi e piange insieme a me. Nel frattempo mi mettono sulla barella, succede tutto così in fretta, io che piango e soffro per le contrazioni e urlo: "non voglio non voglio non voglio!" ma loro mi portano giù lo stesso. Mi mettono sul tavolo operatorio, cercano di farmi l'anestesia locale ma ho le contrazioni e mi muovo, riescono poi al secondo tentativo. 

Alle 16.25: nasce la mia bambina, me la avvicinano al viso, e io con un braccio cerco di avvolgerla e tenerla (tremo dal freddo e quella posizione mi causerà poi dolori forti alla spalla!). La portano via. Mi addormento credo, non ricordo molto. Sono in una saletta, sotto le coperte con un tubo gigante dalla quale esce aria calda posizionato sotto le lenzuola: di nuovo mi addormento e poi mi risveglio nel peggiore dei modi, un medico mi schiaccia forte la ferita e io urlo dal dolore. E lo odio, lo odio profondamente, lui e tutti gli altri. Mi riportano su nel reparto, mi danno una stanza. Si dimenticano di avvisare i miei parenti, così passa un po' di tempo prima che un ragazzo (un visitatore) si accorga di me e mi chieda se voglio che avvisi lui il mio compagno che sono già in stanza! 

Ore 21.00: mi portano la mia bambina, finalmente! Cerco di attaccarla, sono sola ma ci provo: un po' difficile con una gamba ancora anestetizzata, un braccio con la flebo e il dolore alla cicatrice. Così finisce che lei molla il seno e ci guardiamo per un tempo che mi sembra infinito. Me la portano via per lasciarmi dormire.

La donna che ha partorito dopo di me aveva il bambino in sofferenza, ma siccome la sala era già occupata da me, lei ha dovuto proseguire con il parto naturale e il bimbo è nato con le estremità blu. E questo mi fa pensare molto. Il ricovero prosegue malissimo, tra medici che non c'erano, infermiere che non hanno voglia di assisterti, letti troppo alti per scendere senza ululare di dolore, la bimba che sta più al nido che con me. 

Quello che mi ha salvato è stato l'allattamento e mia madre che mi ha sempre ascoltato e seguito. E poi mia figlia, sapevo di essere per lei la cosa più importante e, nonostante i mille pianti, questo pensiero mi ha dato la forza per andare avanti!

 

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