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Veneto - Castelfranco - Osp. San Giacomo - Il VBAC di S.N.

La prima persona che devo ringraziare e che ha reso il mio desiderio di avere un VBAC realtà è Morena Ratti che mi ha fatto conoscere questo gruppo. Ci siamo conosciute nel forum di Matrimonio.it e leggendo i suoi interventi negli anni ho sempre sentito una forte sintonia col suo modo di pensare. Poi, il 29 aprile 2013, mi ha mandato un messaggio privato:

Ho letto che la tua gravidanza procede molto bene e sono molto felice per te! Ti mando questo messaggio perché, un po' di tempo fa, una forumina segnalò in qualche topic (che non ricordo) un gruppo su FB: "Noi vogliamo un VBAC". Io sono andata a curiosare e ho trovato parecchi spunti interessanti e una serie di informazioni molto utili! Magari lo conosci già ma se così non fosse prova a dargli un occhio. So che tieni molto ad avere la possibilità di tentare un vbac, nel caso questo gruppo potrebbe tornarti utile! Una carezza alla panciotta! Morena

Sapeva del mio forte desiderio di avere un VBAC e mi ha informato dell'esistenza di questo splendido gruppo. Io, che non amo Facebook, di certo non sapevo che potesse esistere una realtà così preziosa, né l'avrei cercata. Ero a 25 settimane e mi sono subito iscritta. Fino a quel momento non sapevo ancora in che ospedale volevo partorire. Stavo lavorando ancora a tempo pieno e non mi ero ancora soffermata a pensare molto al VBAC. Sapevo solo che lo volevo e che avrei fatto di tutto per riuscirci perché non contemplavo nemmeno la possibilità di rifare un cesareo, men che meno programmato.
Il primo mi aveva traumatizzata, non l'avevo accettato ed erano rimasti moltissimi punti oscuri riguardo all'induzione, al travaglio, al parto che non avevo mai compreso. Sentivo che mi mancavano un sacco di informazioni. Ho sbirciato qua e là tra i documenti e poi nei commenti delle utenti e ho pensato che questo gruppo fosse una manna dal cielo per me. 
Informazioni, informazioni, informazioni a palate: donne che potevano chiedere qualunque cosa e ricevere risposte competenti che sfatavano un sacco di miti.
Ero sbalordita. Mi sono subito sentita “a casa”.

Dopo aver letto i file mi si è aperto un mondo: quante cose non sapevo, quanto c'era da studiare, meditare, digerire anche riguardo il precedente parto. Che sorpresa scoprire che le induzioni portano spesso a cesareo per mancata dilatazione e sofferenza fetale (come nel mio caso); scoprire che i tempi di una nascita naturale e rispettata non c'entrano nulla coi paletti delle 41 settimane, 41+3, 41+5 proposti o imposti dagli ospedali prima di indurti; che ci sono dei modi per prepararsi al parto, fisicamente e psicologicamente; che non tutti gli ospedali sono uguali e che quello dove avevo partorito io (Divisione Ostetrica a Padova) non poteva di certo esser considerato il luogo migliore per essere assistite e far nascere il proprio figlio. Ho fatto dopo pochi giorni un ordine di tutti i libri consigliati nei file e ho iniziato a leggere e contemporaneamente a fare domande alle moderatrici, a leggere i file dei parti e a rendermi conto che ero una tra le tante che aveva provato quello shock la prima volta.

Mi sono ritrovata in tante storie, in tanti post parto, in tante di voi e mi sono sentita decisamente meno aliena e meno sola. Ho capito che volevo contattare un'ostetrica perché mi seguisse e visitasse a casa prima di recarmi in ospedale troppo in fretta, come successe la prima volta e poi tutto degenerò con un ricovero improprio, ore di estenuanti ed inutili monitoraggi fino alla decisione da me accolta benissimo (per ignoranza) di un'induzione per agevolare i tempi, quando il mio bimbo non era assolutamente pronto per nascere (è nato a 40+5 con induzione a 40+4). 
Ho preso appuntamento con l'ostetrica M. che non ha potuto seguirmi perché nello stesso periodo si era presa un impegno con altre tre partorienti, ma che comunque mi ha acceso tante lampadine in testa e soprattutto mi ha detto di scegliere consapevolmente l'ospedale dove sarei andata a partorire, di telefonare in reparto per sentire se c'erano giornate informative che illustrassero il funzionamento delle sale parto e la gestione del parto.

Ne sono uscita perplessa: io telefonare in un ospedale? Certamente disturberei. Cosa possono dirmi al telefono? Davvero esistono strutture che “perdono tempo” a informare le donne che chiamano? Ero abituata al clima “catena di montaggio” di Padova. Nessuno mi aveva mai chiesto nulla ai monitoraggi, non esistevano giornate informative se non la visita alle sale parto se ti iscrivevi al loro corso pre parto, peraltro inutile in quanto a chiarimenti e informazioni valide, non esisteva l'apertura della cartella clinica a 38 settimane. Ma mi fido dell'ostetrica e il giorno dopo, siamo a metà maggio, telefono all'ospedale di Camposampiero e poi a quello di Castelfranco.

Con mio enorme stupore scopro che Camposampiero dedica un pomeriggio informativo al mese appositamente per partorienti fuori ASL mentre Castelfranco apre le porte della sala parto ogni giovedì mattina alle 10.00 per illustrare la filosofia del parto e far vedere sale parto e reparto. Vado a visitare entrambi e siamo già su un altro pianeta rispetto a Padova. 
Alla fine, conscia che dalla scelta dell'ospedale poteva dipendere molto la riuscita del VBAC e dopo mille valutazioni, scelgo Castelfranco sebbene sia più lontano da casa (43 Km contro i 28 di Camposampiero).

Nel frattempo da maggio fino al giorno del parto mi scrivo ogni giorno tramite messaggi privati con Laura Moret. Lei è la seconda persona che devo ringraziare: ci siamo confrontate, supportate, sfogate milioni di volte nell'arco di 4 mesi, 4 mesi pienissimi, utili. Lei per me è stata sempre un supporto. Avevamo praticamente la stessa DPP e le stesse speranze.

Arrivo dunque a 40 settimane e telefono per disdire il primo monitoraggio delle 40+1. Sto bene, so che il pupo non ha alcuna intenzione di uscire presto dalla mia pancia e lo sposto a 40+3. Da lì passo a 41+1 e tutto tace. Arriviamo a 41+5. E' domenica 25 agosto 2013. Trovo l'unica accoppiata di infermiere che mi mette pressione/terrorismo e un medico che mi dice un po' sbrigativamente che da protocollo dovrei farmi ricoverare e procedere l'indomani con l'induzione. Io non voglio, è stata dura arrivare 12 giorni oltre la DPP. Fino a 41 settimane sono rimasta tranquilla, poi mi sono detta che sarebbe nato entro le 41+5. Ho avuto dolori e contrazioni preparatorie ogni giorno a partire dalle 38 settimane: delle volte durano ore, una notte intera e poi si bloccavano al sorgere del sole oppure il contrario, di giorno nulla e iniziano di sera per poi ribloccarsi. Ogni giorno dovevo ripartire da zero con la speranza, la voglia di farcela, il dover tenere a bada le paure. Sentivo comunque che il mio piccolo non aveva alcuna intenzione di uscire e che stava bene ma arrivati a 41+5 inizio a barcollare.

Esco dal monitoraggio tesa, scoraggiata, impaurita. Con mio marito continuo a ripercorrere tutti i passaggi: il bimbo sta bene? Posso aspettare? Cosa voglio? Qual è l'obiettivo? E allora via pianti per scaricare la tensione nervosa. Scrivo nel gruppo che mi sono sentita aggredita al monitoraggio e non mi era mai successo lì. Mi dicono di tenere duro. Di non mollare, che tutto può partire da un momento all'altro. 
Il  ginecologo del monitoraggio a un certo punto mi dice che se fossi a 40 settimane per le condizioni del bambino e l'AFI mi avrebbe detto di tornare a 41 settimane ma dato che ero già a 41+5 non poteva dirlo. E fa' una cosa davvero generosa, mi dice di tornare per un nuovo monitoraggio l'indomani. Accetto di buon grado, sempre convinta che voglio farcela, e incontro un angelo di dottoressa e delle ostetriche dolcissime che mi trattano come se avessi ancora un sacco di tempo davanti a me. Mi incoraggiano, mi fanno sentire una partoriente normale, mi fanno sentire che sto facendo la cosa più giusta per me e il bambino. Poi mi visita la dottoressa. Mi dice che lei ha partorito suo figlio a 43 settimane inoltrate contro il parere di tutti e che tutti le hanno dato contro, ma che bisogna vedere la singola situazione e non i protocolli. Fino a quel momento non avevo mai voluto fare nemmeno lo scollamento delle membrane ma lei me lo propone e accetto. Un male cane, ma se serve...Fino a quel momento ero stata per la linea naturale, niente aiutini a parte camminate interminabili in salita e in piano. Vedo nei suoi occhi un grande incoraggiamento e mi rassicuro quando mi dice: “sono indecisa se farti tornare fra 2 o 3 giorni". Addirittura? O 42+1 o 42+2? Io ero convinta di dover fare monitoraggi ogni giorno e li avrei fatti pur di non rinunciare al mio sogno perché sentivo che ce l'avrei fatta. 
Siamo dunque a lunedì 26 agosto. Ci pensa su e mi dice: "io sono di guardia la notte tra il 28 e il 29. Ti fisso un monitoraggio il 29 agosto alle 7 di mattina. Se non sarà successo nulla prima ci sarò io così decideremo il da farsi". Mi sono sentita a cavallo: nella peggiore delle ipotesi sarei arrivata sì a 42+2 ma avrei scavalcato tutti i possibili ostacoli e avrei trovato una faccia conosciuta e una dottoressa che mi avrebbe appoggiata.
Sentivo che era un segno del destino e in quel momento mi ricordo che ho parlato col mio bambino e gli ho detto: “Entrerò in travaglio il 28 agosto, entrerò in ospedale di sera durante il turno di questa dottoressa e partorirò il 29, entro la fine del suo turno”. Deve andare così, andrà così. Il 29 agosto era il mio ultimo termine mentale.

Una volta a casa ricomincia la speranza: ci sono ancora 48 ore piene perché questo travaglio parta e con lo scollamento delle membrane forse cambierà qualcosa. Ma non succede nulla. 
Martedì 27 agosto sono a 42 settimane. Mi sveglio, vado in bagno e perdo il tappo mucoso. Ne sono felice, è un buon segno, ma nemmeno l'ombra di una contrazione. Quella giornata è stata probabilmente la più difficile. Mi chiedo e richiedo perché siamo arrivati a 42 settimane, con tutte quelle contrazioni preparatorie che non si son concluse in un avvio di travaglio. Inizio a vacillare, nemmeno distrarmi, uscire, camminare, mangiare un gelato, ingannare il tempo serve più a placare l'ansia. Piango un  sacco, poi ricompongo i pezzi, ma la calma dura 1 ora o 2 e poi ricomincio a impensierirmi. Eppure sento che finirà così, entrerò in travaglio e partorirò nel turno della dottoressa dolcissima che mi ha visitato e mi ha fatto sentire al sicuro. Nello stesso turno ci sarebbe stata un'altra faccia nota: l'ostetrica dell'ultimo monitoraggio, anche lei molto supportiva e calma. Arriva la sera coi suoi pensieri, la notte non dormo e mi dico che non va bene perché sono esausta.
Vengo da 4 settimane di contrazioni, nottate in bianco, giornate intense, monitoraggi su e giù a 90 Km alla volta. Mi appisolo un po' e mi sveglio alle 5 di mattina del 28 agosto: 42+1.

Non sento il pupo e non mi do il tempo di fare colazione, svegliarlo con qualcosa di dolce. In meno di mezz'ora mi viene il panico: oddio e se è morto in pancia? Sveglio mio marito. Voglio andare immediatamente a farmi controllare a Castelfranco. Ci vestiamo e in un attimo siamo in viaggio: in macchina, dopo neanche metà strada lo sento. Ma ormai arriviamo e ci facciamo controllare lo stesso. Sono quasi le 7 di mattina e anche lì troviamo due ostetriche dolcissime: è tutto a posto. Io mi sfogo, sono molto tesa. Racconto a grandi linee tutto il mio percorso. Ribadisco che sono a 42+1 e che sono stanca. Non è stato facile arrivare fin lì.
Il ginecologo di turno praticamente non mi vede neanche perché mi dice che non può esser cambiato nulla dal giorno prima e che comunque avevo un monitoraggio fissato per l'indomani, nessuno si preoccupa che io sia tanto in là con la gravidanza, ma io sono cotta. Lo stress è fuori controllo. Inizio ad avere paura per il mio bambino. Mi chiedo perché, perché non collabora, perché non è ancora nato.
L'ostetrica che mi fa il monitoraggio mi dice di comprare l'olio essenziale di cannella o di lavanda e di metterne 2-3 gocce diluite in tanto olio di mandorle e massaggiarmi energicamente la pancia per stimolare le contrazioni e di massaggiarmi la parte esterna dei mignoli dei piedi. E' un punto shiatzu e anche quello dovrebbe far partire le contrazioni. E poi il famoso olio di ricino, che non avevo mai voluto prendere per paura della rottura prematura del sacco. Ormai lo scollamento è stato inutile, ho perso solo il tappo. Mentre facciamo il viaggio di ritorno a casa vado nel pallone. Cosa devo fare adesso? Come procedo per avere il mio VBAC? Prendo l'olio o no? Intanto torno e vado in farmacia a prendere l'olio di ricino. Per l'olio essenziale faccio 2-3 giri. Me lo ordinano, arriverà nel pomeriggio. Poco male, tanto bisogna pensare a come procedere adesso.
Torno e metto le boccette di olio di ricino sul tavolo. Tremo, non so davvero che fare. Ho paura di giocarmi il VBAC prendendolo: avevo letto e riletto storie sulla rottura del sacco o il liquido tinto, ma a questo punto qualcosa devo pur fare. Mi attacco al mio tablet e chiedo aiuto al gruppo: tutti mi danno mille consigli. Io mi sfogo ma non trovo pace, non riesco a calmarmi. 
A un certo punto V. mi risponde secca: “Basta. Stacca da qui. Ora è il tuo momento. Devi isolarti per decidere. Non perdere tempo qui” o qualcosa del genere. Mi sento persa, il gruppo mi pareva l'unico appiglio per non entrare nel panico. Perché adesso qualcuno mi diceva così? Io chiedevo aiuto e loro me lo rifiutavano? E adesso cosa dovevo fare? Cerco di non ascoltare quei commenti, ma poi mi nasce qualcosa da dentro: ecco, ora sono sola, sola veramente. Nemmeno questo gruppo fantastico da cui ho attinto tanto mi vuole aiutare o mi può aiutare. Un po' ci sto male ma poi non ho tempo per pensare. Devo decidere se prendere o meno questo benedetto olio di ricino.

Penso, parlo con mio marito, giro avanti e indietro per la cucina guardando la boccetta. Ho paura e poi non conosco il dosaggio. Telefono in reparto. Mi dicono che ne basta mezza, cioè 25 ml. E lì ripenso...e se ne prendo poco e non fa effetto? O la prendo tutta? Siamo a mezzogiorno...dal terrore vado in bagno e scarico. Poi decido. Devo tentare il tutto per tutto. Prenderò l'olio, mezza boccetta, dopo pranzo e sia quel che sia. Io sono arrivata al limite psicologicamente e fisicamente. Sono stanca: o la va o la spacca e se non va, penso, domani mi faccio ricoverare e farò un cesareo programmato.
Io più di così non posso fare e inizio ad avere tanta paura per il mio bambino, non penso più al modo in cui nascerà, penso solo che lo voglio conoscere e questo pensiero prima delle 42+1 di quel giorno non c'era mai stato, prima pensavo sempre e solo al VBAC. Mangio e prendo 25 ml di olio di ricino alle 13.30 mescolati con il succo di un grosso limone. Dopo averlo preso mi dico: “E' fatta. Siamo ad un punto di non ritorno, chissà se partiranno le contrazioni, chissà come saranno. Da qui non si torna indietro. Mi gioco tutto”.

Dovevo anche dormire ma non riuscivo. Decido di farmi un massaggio al lato esterno dei mignoli dei piedi e stimolare i capezzoli come mi avevano consigliato la mattina in reparto. Sono circa le 14.45 e immediatamente dopo il massaggio ai mignoli mi partono contrazioni dolorose. Scopro in pochi minuti che sono continue, ogni 4 minuti, poi 3. Alterno con la stimolazione dei capezzoli. Dopo mezz'ora, alle 15.15, mi fiondo in vasca. Quanto ho sognato quel momento! BUTTATEVI IN VASCA E RIMANETECI IL PIU' POSSIBILE. Mi risuonavano queste parole in testa, me le ripetevo, mi caricavano. Le contrazioni sono veramente dolorose, durano 40-60 secondi e prendono la schiena ma riesco a scherzare con mio marito che nel frattempo carta e penna alla mano segna la frequenza per capire come procedere. Diventano regolari, ogni 2-3 minuti. Con mio marito vicino passa 1 ora e 45 minuti di contrazioni incessanti e ravvicinate quasi senza che io me ne accorga, nonostante il dolore! Mio marito alle 17 mi dice che è meglio partire per l'ospedale perché ci si mette un'ora. Io volevo rimanere ancora un pochino a casa ma mi rendevo conto che dovevo ascoltarlo. In 15 minuti ci prepariamo. Scendo le scale, mi vesto, raggiungo la macchina, mi blocco per i dolori. Mia suocera che è passeggio col primogenito mi vede, chiama mio suocero e in 5 minuti partiamo. Guida mio suocero e dietro mio marito a massaggiarmi la schiena.

Un viaggio lungo, tanto traffico, semafori rossi infiniti verso la fine e contrazioni ogni due minuti dolorosissime. Urlo un sacco. Alla fine arriviamo e entriamo con la macchina dal pronto soccorso per prendere una carrozzina: urlo nell'atrio di fare presto perché sento una fitta di dolore al fianco sinistro e mi sto fissando che sia la cicatrice. Sono impanicata. Mi alzo e cerco di sedermi nella carrozzina e perdo liquido amniotico chiaro. Non troviamo gli ascensori e la carrozzina ha le ruote che scorrono malissimo. Ci mettiamo una vita. Mio marito 15 minuti prima aveva pre allertato la sala parto che stavamo arrivando. Apre la porta e vedo P. che subito mi dice: “Calmati, sei agitata! Hai aspettato fino ad ora per il tuo VBAC, ora però devi tirare fuori le palle". Io le rispondo che sono stanca morta dopo tre ore cosi, che non ce la faccio, che non sono in grado. Sceglie per me la stanza blu. Mi fa sedere sulla sedia per un primo monitoraggio. Le chiedo della doccia ma mi risponde che non se ne parla neanche e fa anche uscire mio marito ma non sono spaventata, ho fiducia in lei e sento che mi sta conducendo per mano verso la direzione giusta. Mi dirà poi mio marito che subito dopo avermi fatto il monitoraggio era uscita per dirgli che non mi compatisse, di incoraggiarmi e basta perché avevo bisogno di quello. Mi mette a carponi sul letto. Io sono molto agitata e in preda a contrazioni dolorosissime. Le dico che fa male, che non ce la faccio. Mi risponde che allora capisce perché si sono precipitati in Divisione a Padova a farmi il cesareo, con una donna troppo nervosa, poco collaborante, bimbo con la testina messa male e loro che non aspettano figuriamoci se non finiva così. Mi visita il più dolcemente possibile e mi dice “sei a 4-5 cm” va bene. Oddio........ 4-5 cm? Nel travaglio indotto con fettuccia del primo parto dopo 19 ore di contrazioni impossibili da sopportare ero ferma a 2 cm ed era finito in cesareo e invece adesso dopo 3 ore dalla prima contrazione arrivo in ospedale a 4-5 cm? Ma allora lo scoglio più duro è superato! Ce la posso fare! Mi dice di mettermi a carponi e mi tiene tutto il tempo con la mano il monitoraggio altrimenti non riesce a sentire il battito. Ho un male cane al sacro e ai reni. Rimango un po' così, poi mi vengono i crampi alle cosce e P. mi dice di provare di fianco. Sono tutta sudata e scoraggiata. Le contrazioni sono continue e non danno pace. Paola mi dice di trovare in me le risorse, di non sprecare energie, di incanalarle e nel frattempo mi chiede se la presenza di mio marito può essermi utile. Le rispondo di sì e mi lascia da sola per andarlo a chiamare. In quei minuti passo dal panico alla consapevolezza che siamo arrivati al momento topico: nel momento in cui ho varcato la soglia dell'ospedale sono entrata in modalità sbagliata, della serie “Ok, ora sono arrivata nel posto giusto. Ora mi aiuteranno loro” ed era subentrato il panico. Mentre prima nelle ore a casa e in macchina avevo avuto coraggio. Era come se volessi delegare all'ospedale il mio parto e questo mi faceva sentire tantissimo dolore ed entrare in confusione. Riesco a capire che sono io e solo io la protagonista di quello che sta accadendo, tutti son lì per aiutarmi ma nessuno può sostituirsi a me e lo accetto.

Assecondo le contrazioni, sempre ad occhi chiusi (mi renderò poi conto che ho fatto tutto il travaglio e il parto ad occhi chiusi alla ricerca di concentrazione) e cerco di rilassarmi il più possibile tra una e l'altra. Il ritmo è sostenuto sì, ma niente, niente a confronto delle contrazioni date dall'ossitocina sintetica dell'induzione avuta col primo parto. Sento che tutto questo andare e venire di dolore è naturale, è sopportabile, ha un ritmo che non mi sfiancherà. Ha il nostro ritmo e va bene così. P. mi propone la doccia. È in stanza, tutto comodissimo: non uscirò da lì se non con il bambino in braccio. In doccia le cose cambiano, mi fa sempre un male cane ma il getto della doccia mi distrae. Cambio continuamente temperatura dell'acqua da bollente a fredda a seconda di come mi sento e me la passo sui reni o sulla pancia. Entro in un mondo tutto mio, sono come in trance e accetto abbastanza le contrazioni. Sono in piedi e mi muovo di continuo e a volte quando sento la contrazione mi accovaccio proprio per vedere se va meglio visualizzando i video visti su You Tube di tutte quelle donne che partorivano da sole in casa e ad ogni contrazione si accovacciavano per favorire con la forza di gravità la discesa del bambino. Facevo uguale, anche se faceva ancora più male e sentivo dentro di me che le cose stavano progredendo velocemente e per il verso giusto.

Non ho mai avuto paura che il bimbo fosse in sofferenza o ci fosse qualche problema serio. P., vedendomi tranquilla, esce dalla camera per qualche minuto ma solo un paio di volte. Rimane mio marito che mi incoraggia da fuori del vetro della doccia. A un certo punto sento l'esigenza di spingere ma P. mi dice che è un ottimo segno ma è solo la testa del bambino che preme sul coccige e che mi accorgerò di quali sono le vere spinte più avanti. Dopo 4-5 contrazioni con questa sensazione nuova mai provata mi fa uscire dalla doccia. Di nuovo nel lettino P. mi chiede di vistarmi ma le dico che non voglio e non lo fa. A un certo punto sento P. che chiama a raccolta la ginecologa e le altre due ostetriche in turno. Si consultano a voce bassissima al monitoraggio tanto che non capisco cosa dicono e mi dicono di dovermi mettere un ago cannula. Sono tranquilla, non sono agitate e mi fido della loro professionalità. Chiedo se ci sono problemi e mi rispondono di no, che è tutto sotto controllo. Solo precauzione. Mi prendono la vena e non infondono nulla. Siamo arrivati a dilatazione completa in poco meno di 5 ore dalla prima contrazione: un sogno! Inizia la fase espulsiva ora: sento una forza indipendente dalla mia volontà che spinge da dietro, dai reni al coccige e come un'onda potentissima va verso le gambe, sono quelle le contrazioni della fase espulsiva ma io grido e non so assecondarle. P. continua a dirmi che blocco l'energia della spinta in gola. Mi alza dal lettino per provare una posizione con mio marito seduto sulla sedia che mi tiene le braccia e io a ogni spinta mi accovaccio ma non funziona. Mi porta in bagno a spingere a cavalcioni del water ma niente.Sento le spinte tutte di reni, un dolore tremendo ma fa male solo fin quando arriva, nel momento in cui la contrazione è iniziata il corpo reagisce da solo e quando finisce la spinta non sento assolutamente alcun tipo di dolore. Si prova e riprova e alla fine torno alla posizione originaria, quella migliore per me. Risalgo sul letto con la testiera alzata a 90 gradi, abbraccio il materasso sempre a occhi chiusi e spingo. Non mi accorgo neanche che P. continua a tenermi le mani sul monitoraggio senza fili. Non so che ore sono, quanto tempo è passato da quando ho messo piede in ospedale, so solo che siamo al 9° piano, sta tramontando il sole, poi si fa buio, si accendono le luci fuori. Il panorama è fantastico, dunque devono esser passate le 20.00. Prima P. quando volevo uscire dalla doccia mi aveva detto, con una battuta “Dai che io finisco il turno e il bimbo sarà nato”, ma non sapevo se il suo turno finiva alle 21.00 o 22.00. Sentivo solo che tutto procedeva molto più velocemente di quel che avrei mai potuto sognare e sperare e che stava andando bene. 

Rimango così, abbracciata al materasso e ascolto le contrazioni e spingo ma P. mi dice che non sono efficaci, che trattengo la forza in gola. Non mi scoraggio, vivo ogni attimo, ogni contrazione senza chiedermi quanto durerà. E' già stato tutto così veloce e sento che andrà bene. Non mi fa paura sentirmi dire che non spingo bene. Provo a fare quello che mi viene detto ma la risposta a ogni spinta è sempre che non va bene. Non percepisco però alcun giudizio negativo da parte di P. ma solo tanta voglia di trovare la chiave giusta per farmi capire come fare. La fase espulsiva è dunque la più impegnativa di tutte. P. a un certo punto mi dice: “Nel tuo piano del parto hai scritto che non vuoi alcuna somministrazione di farmaci ma io ti darei un briciolo di ossitocina per regolarizzare e rendere efficaci le contrazioni. Che ne dici?”. Io avevo ascoltato perfettamente ma non le ho risposto perché concentrata nell'andare avanti ad ascoltare le contrazioni. Continuo per un altro pochino, credo non più di 5-10 minuti e poi sento la voce decisa di P. che dice: “Va' bene, ora decido io per te. Ti metto un po' di ossitocina. Vedrai, è un niente. Ti aiuterà molto”. Io non rispondo neanche. Mi fido. Immediatamente sento le contrazioni diverse, più regolari e finalmente la spinta efficace, assecondata dal mio respiro, infatti sento un coro di “Oh...bene, così va bene. Ancora una”. Mi riposo, arriva la seconda: è come se tutto filasse liscio come l'olio. Adesso sento che sfrutto la spinta e che Emanuele sta scendendo. Con la terza spinta lo sento ancora più basso. Con la quarta sento la testa allargare l'apertura vaginale e stirarmi tutta. Dico “Fa male!” ma appena passato l'impulso a spingere la testina risale un attimo ma comunque sento la pressione della testa che ha allargato tutto là sotto e per una frazione di secondo non sento più alcun dolore. Un coro dietro di me dice: “Alla prossima nasce”. Cosa? No, non ci potevo credere! Io ero convinta che sarei andata avanti così per ore anche dopo l'ossitocina. Ero talmente immersa a godermi il mio tanto sognato parto che non mi sono mai chiesta quanto sarebbe durato, di sicuro il mio standard prevedeva almeno le 19 ore del primo parto, se non di più. Neanche il tempo di pensare e arrivano l'ultima contrazione e l'ultima spinta. Tiro fuori tutta l'energia e la forza possibile, quell'energia che non riusciva ad uscire prima, e sento scivolare Emanuele fuori di me con un'onda calda, prima la testa, poi il corpo e infine il sangue: una sensazione indescrivibile, meravigliosa.

“Ore 22.00” anzi “21.59 per la precisione”. “Che bel bambino e grande!”.

Sento tante voci complimentarsi, parlare ma io sono sempre lì, “culo all'aria” come poi mi ha detto un'ostetrica affettuosamente, con gli occhi chiusi come ero rimasta per due ore, per concentrarmi. Solo dopo qualche secondo mi giro sentendo l'unico forte dolore al coccige che mi accompagnerà per un giorno e vedo Emanuele sul lettino e il cordone ombelicale ancora collegato alla placenta. Me lo mettono sul petto e non so cosa dire. Lo guardo e dico “Oddio, che strano. Ma io un figlio ce l'ho già e quando è nato era identico a lui”. Poi alzo lo sguardo, ancora ansimante, e vedo una platea di persone con un sorriso a 100 denti. Ginecologa, ostetriche, tutte quelle in turno, OSS...i guardo e sento la loro sincera partecipazione e soddisfazione e ripeto: “Grazie, grazie a tutti”. P. è defilata, è passata un'ora oltre il suo turno e lei è rimasta con me. Si congratula e scappa via. Mi dice “ti lascio in buone mani”. Io ho il mio fagotto tra le braccia che urla come un matto, sembra molto eccitato e non riesce a calmarsi. Sono stupita perché da come si erano messe le cose pensavo di andare avanti ancora delle ore. Mi scappa solo un “mi fa' tanto male il coccige” e la ginecologa mi dice “Eh certo. Era in rotazione sacrale dell'occipite. Per quello la fase espulsiva è stata tanto faticosa, doveva ruotare la testina per uscire bene”. A parte quel dolore mi sento una favola, leggera, leggerissima nel corpo e forte come una leonessa. Dopo un po' mi ricordo che dovrà uscire anche la placenta e chiedo “Ma farà male? Ci sarà un'altra contrazione?”. E mi tranquillizzano: “Ma va cara, non te ne accorgerai neanche”. Tempo qualche secondo e sento una massa calda uscire da sola, senza l'ombra di una contrazione. “Hai visto? Cosa ti avevamo detto?". Chiedo a mio marito di fare una foto alla placenta ancora attaccata per mezzo del cordone al bimbo. Taglieranno il cordone solo dopo 20 minuti abbondanti. “Ancora pulsa” mi dice estasiata una giovane ostetrica “Incredibile la natura. Vuoi portarti a casa la tua placenta?”. Una sorpresa dietro l'altra: dico solo di sì. “In fondo è tua, ha nutrito il tuo bambino per 9 mesi. E' giusto che tu ne faccia quel che vuoi”. Mi sento meglio che nella camera da letto di casa mia. E' sera, fuori le luci dei lampioni creano un'atmosfera romantica, nella sala dove ho fatto tutto il travaglio ho anche partorito e nessuno mi caccia da lì di fretta. Non sono un numero: intorno a me vedo il personale che ride, si commuove, mi parla, mi fa domande, ripercorre con me il parto, mi chiede come mi sento. Credo sia questa la parte migliore del loro lavoro, quando raccolgono e vivono delle emozioni che una mamma prova. Non c'è alcuna fretta di tagliare quel momento, sento tanta pace, tanta lentezza, tanta religiosità nel vivere quei minuti ricchissimi di significato, per me ma anche per tutti quelli che hanno assistito al parto. Poi la ginecologa, dolcissima, mi dice che deve farmi l'anestesia per i punti. Mio marito taglia il cordone ombelicale, Emanuele viene infagottato in un telino verde e dato in braccio a lui. Ancora strilla: “E' l'adrenalina. E' stato un impegno difficile anche per lui” mi dicono. Non sento alcun dolore mentre mi danno i punti, ne conto 7-8 ma non ci do proprio peso. Alla fine mi dicono che posso alzarmi. In due si avvicinano per aiutarmi mentre arriva la carrozzina ma io mi sento una leonessa, per niente stanca, anzi come se fossi uscita dalla vacanza più riposante della mia vita.

“No, no. Faccio da sola. Sto benissimo!”. Faccio fatica solo a girarmi nel letto, sempre per il dolore al coccige, ma poi mi metto in piedi, non mi gira la testa. Sono tutta nuda e mio marito non riesce a trovare le mutande e la vestaglia nel borsone. Me le faccio passare, metto la valigia sopra il letto e faccio io. “Ma sei in formissima” mi dicono soddisfatte le ostetriche. “Mai stata meglio!”: mi sento leggerissima nel corpo e forte. Mai stata meglio. Mio marito mi guarda come fossi miracolata e continua a ripetermi: “Pazzesco, pazzesco, ti alzi, cammini, ti pieghi. Stai bene!”. Dopo il cesareo d'urgenza ero uscita dalla sala operatoria sotto shock, col terrore stampato negli occhi e i giorni in ospedale e a casa erano stati un inferno per un mese intero. Mi siedo sulla sedia a rotelle e vado in uno dei due lettini per il periodo di osservazione. Mi chiedono il permesso di prendere il bambino per lavarlo, pesarlo e misurarlo. Tutti scherzano, si complimentano.

L'ostetrica che mi aveva vista alle 6 della stessa mattina quando ero andata per l'ultimo monitoraggio, spaventata di non sentire il battito mi ha detto: “Sai, quanto ti abbiamo vista stamattina abbiamo capito che eri arrivata al limite. Psicologicamente non ce la facevi più. E' andato tutto bene, il bambino si è sintonizzato con te, ha capito che doveva nascere o oggi o mai più”. Ed era davvero così. L'indomani, se non si fosse mosso nulla, avrei firmato per il cesareo. Sarei stata a 42+2 e non riuscivo più a gestire l'ansia, la paura per la salute del bambino, l'attesa. Mentre sono a letto mi faccio dare dei biscotti che avevo in borsa da mio marito. Li mangio e bevo acqua con un occhio al contenitore dove c'è la mia placenta che campeggia sopra il comodino del letto. E' tutto troppo bello, troppo perfetto. Un momento sacro. Arriva il momento di andare in stanza col mio bambino appoggiato sulle ginocchia. Mi salutano tutti: “Complimenti ancora! La tua determinazione è stata premiata e per noi vedere questi traguardi è il regalo più bello. Ogni VBAC o VBAC2C è la nostra vittoria e la vittoria di voi donne”. Entro in reparto e mi annunciano all'infermiera in turno: “Eccoci, un altro VBAC! Mamma in splendida forma. Si è persino alzata da sola dal letto che quasi saltava”.
Mi domandano “E adesso tè o caffelatte?” “Caffelatte” rispondo. Mi portano in stanza. Stanza da due ma ci sono solo io. Sembra una suite d'albergo. Bagno in camera, ordine, pulizia. E' mezzanotte e venti, mi dicono di suonare per la prima pipì perché a volte può girare la testa. Mi alzo da sola dalla carrozzina, mi sistemo lo schienale del letto, sistemo la carrozzina con Emanuele che dopo due ore inizia a calmarsi e gli faccio il primo filmatino. Mi siedo a letto piegata quasi a 90°, avvicino il vassoio sotto gli occhi basiti di mio marito. “Ma allora è proprio vero che dopo un parto naturale si sta bene come non aver neanche partorito”. Sì, è vero e lo sto sperimentando. Ogni gesto per me non è scontato, è Libertà pura, Naturalezza, Gioia. Ce l'ho fatta. Ci ho creduto. Non ho mollato ma quello che sto vivendo va al di là di ogni mia immaginazione.

Mangio la mia merenda poi saluto mio marito, la mia placenta che se ne va con lui a casa. E' l'1.00, mi hanno assegnato il letto vicino a un grande finestrone dal quale si vede l'accesso all'ospedale. Sento che voglio far pipì, chiamo e mi dicono che quasi sempre non ci si riesce al primo colpo. Ma io son fiduciosa e cocciuta, mi metto nel WC, poi nel bidet con l'acqua che scorre e ci riesco. L'infermiera è tutta contenta. Non mi gira la testa, niente di niente. Sto bene. Anzi, non riesco proprio a prender sonno fino alle 4 passate e inizio a scrivere in questo gruppo le prime impressioni col mio piccolo tablet. Alle 4 crollo e dormo un'oretta e mezza. La mattina dopo viene a trovarmi P. Come prima cosa le dico “Lo sai quanto mi sei stata antipatica? E parlavi, parlavi, mamma quanto parlavi! Quante volte avrei voluto dirti di stare un po' zitta ma non mi mollavi mica eh”. E lei: “No, perché ho visto che avevi bisogno di quello, di essere guidata passo passo altrimenti rischiavi di perderti, specie all'inizio, appena arrivata quando eri troppo agitata per trovare la concentrazione”. E come aveva ragione! Quanta esperienza nelle sue parole, nel suo modo di fare. Viene a trovarmi anche una giovane ostetrica che mi ha vista all'ultimo monitoraggio, quella che mi aveva consigliato i massaggi al mignolo dei piedi e con l'olio. Mi sento come se fossi l'unica ad aver partorito là dentro. Emanuele è sempre con me e me lo gestisco io, viene portato via solo per rapidi controlli la mattina, mezz'ora al massimo, a volte meno! Si attacca letteralmente a tutte le ore del giorno e della notte. Sa ciucciare benissimo e dopo 1 giorno e mezzo mi arriva la montata lattea ma non fa male come quella post cesareo. E' tutto lineare, senza problemi, naturale. Dopo 3 giorni torno a casa, il 31 agosto. Preparo il bimbo, la carrozzina è la stessa del fratello. Mi fanno e faranno molto male i punti per non più di 8 giorni ma se sto in piedi li sento meno, volo in corridoio verso l'uscita ma prima immortalo la carrozzina in una foto.
Esco e vedo la porta del monitoraggio e ripercorro con la mente gli ultimi 20 giorni. Quanti giri, quanta grinta, quante cadute, quante volte mi son dovuta rialzare, rileggere, chiedere conforto, centrarmi su di me.
Vedo quella porta da cui sono entrata in travaglio attivo da un'altra prospettiva, con Emanuele che è uscito da me nel migliore dei modi. Scendiamo, facciamo il vialone per uscire, a passo veloce: mi sento benissimo. Carichiamo la macchina e partiamo verso casa. Sì, è successo davvero. Più bello di un sogno.
Mi ha proprio trasformata, un parto catartico in cui sono entrata in contatto con la parte più istintiva di me.

Indimenticabile.

 

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