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Trentino Alto Adige - Vipiteno - Ospedale di Vipiteno - Il VBAC di A.M.

Nell’estate 2010 ho subito un taglio cesareo, probabilmente non necessario.
Ricordo come se fosse ieri che, mentre ero su un lettino nel corridoio del blocco parto poco dopo essere uscita dalla sala operatoria, l’ostetrica che mi aveva assistito durante il travaglio, e che poi mi ha accompagnata anche durante l’intervento, chiedeva al ginecologo cosa scrivere in cartella riguardo al motivo del taglio cesareo. “Mancato impegno”, rispose lui, e in quel momento ho pensato che il mancato impegno fosse stato il mio.
Alla fine mi sono trovata bene, avevo scelto un ospedale di terzo livello, con Tin perché non si sa mai, vicino casa, dove avevo anche fatto il corso pre parto. Dopo una gravidanza fisiologica il tutto era iniziato con una rottura prematura delle membrane a 39+1, dopo circa 5 ore il travaglio era partito spontaneamente in ospedale, poi era andato avanti lentamente, con ossitocina, epidurale, muovendomi solo intorno al letto perché avevo un ago cannula e mille cose collegate, monitoraggio continuo incluso, senza poter né mangiare né bere niente.  Alla fine, avevo ceduto al cesareo, dopo che il ginecologo di turno insisteva da ore. Ero a dilatazione completa da qualche ora, ma la bambina non si incanalava, erano passate 34 ore dalla rottura delle acque, io ero stremata e cosi mi sono ritrovata in una fredda  sala operatoria, cosa che non avevo mai immaginato, ma in quel momento ero sollevata dal fatto che tutto sarebbe finito. Eravamo sempre state bene, sia io che lei, nata poi con apgar 10 già dal primo minuto. Quando siamo state dimesse ho pure ringraziato tutti quanti, alla fine la cosa che importava era che sia io che lei stavamo bene. In quel momento ho anche pensato che la prossima volta sarebbe andata diversamente, che tra qualche anno sarei tornata li e che il mio prossimo bambino sarebbe nato dalla parte giusta, tranquillamente.

Circa 15 mesi dopo non so cosa è successo, per caso ho scoperto contemporaneamente diverse cose: una, che si poteva richiedere la cartella del ricovero in ospedale, per sapere cosa era stato fatto, e due, la sigla VBAC. A questo proposito ho iniziato a fare ricerche su internet e, sotto consiglio di una conoscente che all’epoca era in viaggio per il suo VBAC, mi sono iscritta al gruppo “Noi vogliamo un VBAC!!!”. Leggendo ho capito dopo poco tempo che si, avrei potuto partorire naturalmente dopo il mio primo cesareo, ma che questo non sarebbe stato cosi facile come immaginavo. Passa il tempo e comincio a frequentare altri forum e gruppi e inizio anche a leggere libri consigliati sull’argomento. Vado persino ad un incontro con la famosa ostetrica americana Nancy Wainer Cohen, autrice del libro “Silent Knife”: prima di una seconda gravidanza devo essere preparata, non mi perdonerò mai di non esserlo stata abbastanza la prima volta.

Poco tempo dopo per lavoro di mio marito ci trasferiamo all’estero e subito capisco che qui dove siamo la gravidanza e il parto non vanno molto d’accordo con quello che cerco, per cui mi prometto che una volta arrivato il momento tornerò in Italia. E cosi un nuovo semino sceglie la mia pancia per cominciare il suo viaggio verso questo mondo. La gravidanza procede bene, molto simile a quella precedente, solo con un po’ più di stanchezza, fisica ma forse anche mentale, forse dovuta al fatto che ancora non avevo deciso come e dove accogliere la nascita della mia seconda bambina e soprattutto ingranare tutta la logistica dietro alla preparazione della partenza, perché non era solo il fatto di arrivare in Italia, sapevo che dovevo ancora spostarmi perché vicino a casa non c’era niente che mi facesse stare tranquilla.

Alla fine un'illuminazione. Già che dobbiamo fare 1800 km per tornare a casa, cosa saranno mai altri 400 km per arrivare in un posto che sembra un'oasi in mezzo al deserto? Cosi ho riempito di domande una ragazza conosciuta sul web che aveva partorito a Vipiteno dopo un cesareo per ben tre volte. Avevo già messo dei soldi da parte, non avevamo fatto nessuna vacanza quella estate, cosi avremmo fatto quello che poi ho scoperto chiamarsi “turismo ostetrico”. Abbiamo dovuto ricorrere anche all’aiuto di mia mamma, che insieme alla mia sorellina ci ha sostenuto e aiutato in questa pazzia: partorire a Vipiteno. In quel piccolo ospedale sembra che la fisiologia del travaglio, del parto e del puerperio sia come nei libri che avevo letto, come tanti racconti che mi avevano fatto emozionare. Appena arrivati in Italia andiamo a conoscere l’ospedale. In una mattinata abbiamo conosciuto diverse persone, tutte carine, tutte sorridenti, ci spiegano come funziona, come lavorano, ci fanno vedere il reparto. Ecco, abbiamo trovato il posto, è qui che accoglieremo la nostra bambina. Torniamo a casa, io resto con la mia prima bimba, mia mamma e mia sorella e mio marito invece torna al lavoro, ci vedremo poi un weekend ogni 2, e poi resterà 2 settimane nel periodo dove dovrebbe nascere la nostra secondogenita.

Avevo fatto più o meno i calcoli in base a quando mi era partito il travaglio precedente per decidere quando partire. Avevo anche un piano B, nel caso in cui il travaglio partisse prima della data che avevamo deciso per trasferirci a Vipiteno. La mia saggia bimba ci ha ascoltato e cosi, la mattina del giorno 38+5 abbiamo caricato la macchina e ci siamo messi in viaggio. Tre giorni dopo, a 39+1, avevo un appuntamento con le ostetriche del reparto. Ci accoglie una ostetrica molto carina, ci chiede come va, come mi sento, se noto qualcosa di strano, mi pesa e mi misura la pressione e mi fa fare lo stick delle urine. Nel frattempo mio marito, grande chiacchierone, le racconta da dove veniamo, che abbiamo preso in affitto un appartamento e che attendiamo il grande giorno. Lei mi dice che se io sto bene e tutto procede bene (non mi ha fatto né visita né eco né tracciato) ci rivedremo una settimana dopo, a 40 settimane, ma che se mi interessa cominciare a prendere qualcosa di naturale mi consiglia la tisana di foglie di lampone. E cosi faccio da quello stesso pomeriggio. Passa qualche giorno e io comincio ad essere impaziente, diciamo ai proprietari dell’appartamento che staremo qualche giorno in più visto che non si muove nulla, e si avvicina la data della partenza di mio marito, cosi che io divento irritabile principalmente con i miei cari che sono li proprio per me, litigo persino con mio marito, non era cosi che volevo vivere questa attesa, non aiuta la “scadenza” che si avvicina né il fatto di essere lontani da casa. Finché mio marito mi riporta alla realtà: sono tutti li per me, ed era quello che volevo da molto tempo, era ora di affrontare le cose con un altro spirito.

Il venerdì facciamo un giro, mangiamo in un posto squisito e la sera sono molto più tranquilla. Comunque vado a letto tardi, troppo tardi, erano le 2. Prima di dormire però chatto con una ragazza del gruppo, compagna di pancia, lei è una settimana in meno di me ma ha tante contrazioni preparatorie da un po’, io nulla di nulla. Tutti dormono già, cosi ci provo anche io. Mi sveglia un dolore, il primo dolore, prendo il tablet perché voglio vedere l’ora nel caso ce ne fossero altri. Sono le 4:48. Riappoggio il tablet sul comodino e torno a dormire. Eccone un altro, sono le 4:53, un terzo, le 4:58. Avevo scaricato una applicazione giorni prima per monitorare le contrazioni e comincio a farlo, sono ogni 3 minuti da circa le 5 di mattina. Si sveglia (o lo sveglio, non ricordo) mio marito, gli dico quello che sta succedendo e che io vado sotto la doccia, mi dovrebbe aiutare a sopportarle meglio, potrò capire se sono quelle giuste e voglio farla comunque prima di partire verso l’ospedale. Sotto la doccia si sta proprio bene, quando arriva la contrazione passo il doccino con acqua calda sulla pancia, questa volta il dolore sarà solo li, a differenza dello scorso travaglio che era solo nella schiena. Le contrazioni non si fermano, sono ora ogni 2 minuti. La bellissima applicazione  dopo un’ora ci abbandona, era una demo, mio marito che teneva i conti entra in panico, ora cosa facciamo? Non importa dico io, cercando di fargli capire che ormai ci siamo, non importa continuare a monitorarle, ma lui prende il suo cellulare e in qualche modo continua. Nella doccia credo di perdere il tappo, vedo piccole striature di sangue, forse anche il liquido, non lo so e non lo saprò mai, comunque è tutto limpido. Dopo un po’ svegliamo mia mamma, decidiamo che ci accompagnerà lei cosi poi potrà andare e tornare liberamente con la macchina all’ospedale se ci fosse bisogno. E in quel momento penso: sto bene SOLO dentro la doccia con l’acqua calda, come faccio ad andare in ospedale? Cosi faccio preparare marito e mamma e io mi asciugherò e vestirò velocemente. Una contrazione mi prende in mezzo alle scale (eravamo al secondo piano senza ascensore), due in macchina (5 minuti di strada per fortuna) mia mamma mi da la mano, si era seduta dietro con me, la ringrazio, le chiedo scusa e sono contenta che questa volta ha vissuto un pezzo di strada con me.

Arriviamo in ospedale, per entrare con la macchina fino alla porta bisogna farsi aprire la sbarra, mio marito annuncia: “mia moglie sta per partorire!” cosi ci aprono. Appena entriamo nell’atrio una signora (o un signore, non ricordo) vedendomi appoggiata al muro mi chiede se voglio una sedia a rotelle, “no grazie” rispondo e andiamo su in reparto. Sinceramente non so a che ora siamo arrivati, penso intorno alle 7. Era ancora buio. Appena ci vedono arrivare capisco che mi stavano aspettando, penso siano stati avvisati quando ci hanno aperto la sbarra. Ci accoglie la stessa giovane ostetrica che poco più di un mese prima ci aveva fatto conoscere il reparto. Ci chiede da quanto tempo e ogni quanto ho le contrazioni, ci chiede anche se è il primo parto, “no il secondo” dico io, "com’è andato il primo?", chiede lei. “Male” (lo dico o lo penso? Non lo so) “Cesareo” dico poi, lei non si scompone. Tutta questa conversazione mentre ci avviamo in sala parto, credo che qualche momento prima abbiamo salutato mia mamma. Arriviamo in una sala semi buia, con un lettino, una vasca, un mobiletto/scrivania, una sedia (o due), musica di sottofondo, una enorme finestra che ricopre tutto un lato della stanza. "Ti visito", mi dice, "sei a 4 centimetri". Poi aggiunge "se vuoi comincio a riempire la vasca". “Si per favore”. Scendo giù dal lettino e mi appoggio nella vasca, comincio ad ondeggiare il bacino. Poco dopo la vasca è abbastanza piena e mi ci fiondo dentro. L'ostetrica mi mette i sensori del monitoraggio, sono wireless, non mi danno fastidio, ogni tanto sistema uno, quello del battito della bambina che spostandosi si perde. Da una sedia a mio marito per poter stare accanto a me fuori dalla vasca. Ho trovato il mio modo di gestire le contrazioni, non quello ideale, al contrario, ma è quello che ho sentito di fare, e siccome funzionava ho continuato a farlo fino alla fine. Quando arrivava la contrazione morsicavo un maglioncino di cotone che avevo portato addosso, con la mano sinistra mi aggrappavo a una maniglia che c’era nella vasca e con la destra prendevo la mano di mio marito. Finita la contrazione mi rilassavo, chiedevo a mio marito aria che mi dava con un depliant che avevo nella cartella e chiedevo acqua, tanta acqua. Durante la contrazione stavo bene, ma finita avevo molto caldo, per un po’ di tempo l’ostetrica mi ha aperto le finestre, ma poi me le ha chiuse dicendomi che la bimba stava per arrivare e non poteva prendere freddo. Non so che ore erano quando sono entrata nelle diverse fasi del travaglio.
Ad un certo punto credo di aver chiesto io di sapere a che punto ero, cosi l’ostetrica mi ha visitata, 7 centimetri. In momenti di pace parlavo di altro, non sempre. Ho chiesto all’ostetrica se c’ero solo io in travaglio, "ci sono altre 2" mi ha detto. E in effetti sentivamo ogni tanto le urla di una di loro. Erano arrivate prima, e date le urla almeno una pensavamo fosse vicina al parto. Dopo mio marito mi ha confessato che credeva che a noi mancasse ancora molto, perché ancora non eravamo arrivati al momento delle urla! Una sola volta ricordo che l’ostetrica mi ha chiesto se il dolore spariva quando andava via la contrazione, o se rimaneva. No, quando la contrazione non c’era nemmeno il dolore restava, stavo proprio bene in quei brevi momenti. L’ostetrica va e viene, ci lascia molto spesso da soli. Dalla finestra si vedono spuntare i primi raggi del sole. Ad un certo punto sono quasi a dilatazione completa, c’è ancora un bordino, l’ostetrica mi chiede se voglio che alla prossima contrazione lei provi a spostare quel bordino, in modo da permettere alla testa della bambina di scendere meglio. “Si, per favore” le dico, nel travaglio precedente quel bordino è rimasto fino al cesareo. Ed ecco, ora siamo pronti, la mia bambina può farsi strada nel canale del parto. Poco dopo comincio a sentire che la testa è lì, scende e risale, scende e risale, ad un certo punto dico proprio all’ostetrica che ho sentito uno strappo, lei non sembra preoccupata, ci penseremo poi. Continuano le contrazioni, io chiedo in continuazione, quando c’è lei: “quanto manca? quanto manca?”. Manca poco, risponde, sempre serafica e sorridente. Sembra che il tempo non passi, sono stanca, ho tanto male, esci bambina mia. Qualche tempo dopo ecco spuntare la testa, “la vedo la vedo” mi dice mio marito, “guardala anche tu” e cosi mi affaccio e vedo questa testina appena fuori di me. Ci resterà per un po’ di tempo, non so quanto, anche in quei momenti l’ostetrica va e viene, ci lascia vivere questi momenti. Io continuo a spingere, molto probabilmente male, spingo con tutta la mia forza, anche se l’ostetrica mi consiglia di accompagnare piano piano, io probabilmente penso che se spingo più forte uscirà più velocemente e finiranno i dolori, e cosi faccio. Ma lei non esce ancora. Ad un certo punto l'ostetrica chiama qualcuno con un cordless o un cellulare non so, non capisco molto perché tra di loro parlano tedesco, e poco dopo arriva una ragazza con degli asciugamani: è l’ infermiera del nido, mi spiegano che la bambina sta per arrivare ed è meglio essere in due, cosi nel caso ci fosse bisogno, una si occuperà della bambina e una di me. Ma la mia bambina ancora rimane li, metà dentro e metà fuori. Questa ragazza esce e ritorna dopo un po’. Forse ora ci siamo. Continuo a spingere durante la contrazione, mi fa stare meglio e allo stesso tempo cerco di spingerla fuori, voglio vederti, voglio che finiscano le contrazioni. Ed ecco che con una di quelle spinte sento che esce, ma nel piccolissimo frattempo che finisce la contrazione e apro gli occhi, ecco che me la ritrovo già sul mio petto.

E’ bella, bellissima, eccola qui con noi. Grazie. Non respira subito (per caso dopo leggerò sulla sua cartella che l’Apgar era stato 8 e poi 9) ma non ho mai percepito né ansia né preoccupazione, l’infermiera del nido le massaggiava delicatamente le orecchie e le manine (per fortuna mio marito ha fatto un breve filmato di questi momenti), sempre sul mio petto, io la chiamavo, e poco dopo ha emesso un dolce suono. Nel frattempo l’ostetrica svuota la vasca. Restiamo cosi noi tre per un po’, io e la bimba nella vasca, mio marito vicino a noi che avvisa tutti i parenti che Elisa è già qui con noi. E’ arrivata alle 9:42. Dopo un po’ l’ostetrica sente il cordone, ha già smesso di pulsare e io chiedo a mio marito se vuole tagliarlo e cosi fa. Restiamo sempre cosi, ci facciamo delle foto. L’ostetrica viene a controllare la placenta. Le chiedo se si può riempire ancora la vasca, mi sento sporca e mi voglio lavare prima di uscire. Mi dice che non si può ora, prima deve uscire la placenta. Passa ancora del tempo, torna l’ostetrica e ricontrolla la placenta, è la prima volta che la vedo un po’ meno sorridente e serena. Chiedo cosa succede, se non si può attendere ancora, ho paura che tiri il cordone, io voglio aspettare ancora. Mi dice che si, si può aspettare ancora ma non troppo, se non esce presto dovrò uscire e salire sul lettino. Ci lascia ancora da soli. Io sento una piccolissima contrazione e penso “eccola”. Do la bambina al papà e mi concentro per farla uscire, non voglio andare sul lettino. E cosi poco dopo esce morbidamente la sua placenta, mezz’ora dopo di lei. L’ostetrica la controlla davanti a noi e ce la presenta, ci spiega che è tutta integra e ci fa vedere la parte che era attaccata all’utero e quella invece dove c’erano le membrane che hanno ricoperto Elisa per 9 mesi. Dico a mio marito di fotografarla. Cosi poi mi posso lavare ed uscire. Vado però sul lettino, bisogna vedere cosa è successo. Ho una lacerazione, l’ostetrica mi dice che verrà il ginecologo di turno a vedere e a suturare. Mentre aspettiamo Elisa si attacca al seno (nella vasca non aveva voluto). Passa forse un’ora o forse di più e il ginecologo arriva, non parla bene l’italiano ma cerca di farsi capire molto gentilmente. Mi dice che la lacerazione è importante, alla fine mi dice di secondo grado, quasi terzo, ci vogliono 20-25 punti. Ora siamo pronte, possiamo andare nella stanza di famiglia tutti e tre. Elisa rimane nuda sul mio petto nudo e piena di vernice caseosa per almeno 6 ore, quando ci dicono che se vogliamo possiamo portarla al nido per pesarla e misurarla e se vogliamo vestirla. 3,440 kg e 51 cm. Non è stata né lavata, né aspirata, quel meraviglioso odore che avevamo insieme non lo scorderò mai. Siamo poi state nell’ospedale 4 notti, da una parte io non sono stata benissimo con i punti, che mi hanno fatto un po’ male e mi hanno limitato nei movimenti per un mese e dall’altra non partiva l’allattamento e li ci hanno dato una grossa mano, senza il loro aiuto in quei momenti iniziali non credo saremmo riuscite ad ottenere l’allattamento esclusivo che stiamo vivendo ancora oggi. La mia bimba ha dormito sempre nel letto con me, non è mai stata allontanata da me, per pesarla o per le visite (2) con il pediatra i genitori dovevano essere presenti, io non ho visto nessun ago durante il travaglio, solo mi è stato fatto un prelievo per un emocromo 2 giorni dopo il parto.

Questa è stata la nostra bellissima e indimenticabile esperienza in questo piccolo ospedale italiano dove si rispetta la fisiologia della nascita e della coppia mamma-bambino. Elisa è nata a 39+5 con un parto naturale, dopo 4 anni dal taglio cesareo con cui era nata sua sorella.

 

 

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