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Emilia Romagna - Montecchio - Osp. Franchini - Il VBAC di M.I.

È la mattina del 4 aprile, mi sono svegliata e avverto alcuni crampi al basso ventre, sembrano dolori mestruali. Mi è già capitato diverse volte nell’ultimo mese, ma oggi sento che è la volta buona. Sono a 40 settimane e qualcosa mi dice che Marco si sta preparando ad uscire. Negli ultimi giorni ho parlato spesso col mio bambino, gli ho detto che sono pronta, che non vedo l’ora di conoscerlo e sentirlo tra le mie braccia…Gli ho chiesto di scegliere quando nascere e di non permettere a nessuno di interferire. Questa volta non farò un cesareo. Proprio ieri mi sono sottoposta al monitoraggio: il collo dell’utero era morbido, conservato, chiuso. Il ginecologo che mi ha visitato non mi piace, è stato un po’ sgarbato, spero di non trovarlo quando sarò in travaglio.  

Faccio colazione, i dolori mestruali ci sono, sempre più forti, ma non regolari. Avviso mio marito che qualcosa si sta muovendo, visto che è la vigilia di Pasqua dobbiamo pensare a disdire alcuni impegni con parenti ed amici. Non so come muovermi, non capisco se questi dolori avranno un seguito, ho letto spesso nel gruppo di mamme con prodromi che durano diversi giorni, quindi continuo a sbrigare le mie faccende come se nulla fosse.

Dopo pranzo i dolori si intensificano, sono ancora molto sopportabili, ricordo chiaramente i brutti prodromi della scorsa gravidanza. Sono ancora lontana dal travaglio. Decido comunque di chiamare C., la mia ostetrica, per metterla al corrente delle mie condizioni.  Mi dice che nel tardo pomeriggio verrà a visitarmi. Intanto mi chiede di mettermi in ascolto del mio corpo, di assecondarlo, di smettere di correre in casa e far finta di nulla. Così faccio. Mio marito mi coccola un po’ e io mi rilasso. Alle 19 arriva C., comincio a stare decisamente peggio, lei non mi visita neanche perché le è chiaro che non sono in travaglio. Decidiamo che sarebbe tornata in tarda serata. La saluto sperando che la situazione cambi.

A casa, mia sorella intrattiene il mio bimbo di 4 anni con giochi e attività varie, sarebbe dovuto andare a casa di amici, ma non ne vuol sapere; mio marito prepara la cena e mi invita a mangiare qualcosa, ma purtroppo io sto male, comincio ad avere la nausea e il vomito: brutto segno, i miei prodromi si presentano esattamente come la scorsa volta, quando alla fine mi fecero il cesareo. Decido di non farmi abbattere dalla cosa: vomito, poi faccio una lunga doccia calda perché nel frattempo i dolori si sono intensificati molto e io sento l’esigenza di cantare per affrontarli.

Alle 23.30 torna l’ostetrica, mi visita, dice che sono a 2-3 cm, le contrazioni sono regolari ogni 5 minuti. L’ospedale è ad un’ora di strada, mi consiglia di avviarci, pensa che in auto la mia dilatazione procederà ulteriormente. Io mi fido di lei, ma purtroppo così non accade, in macchina le contrazioni si diradano un po’ e persiste il vomito. Arriviamo in ospedale, mi fanno il monitoraggio e scopro che il ginecologo di turno è proprio quello che mi ha visitato il giorno precedente…per lui il collo è solo pervio al dito. Non sono in travaglio. Mi rivesto e mi comunica che essendo io precesarizzata, aspetteranno qualche ora di travaglio, dopo di che si dovrà procedere col cesareo. Mi demoralizzo, non sono venuta in questo ospedale per fare un cesareo! Ad ogni modo, la mia ostetrica mi dice di non badare alle parole del medico, mi tranquillizza e mi dice che se voglio posso tornare a casa ma, visto che continuo a vomitare, un altro viaggio in auto non è raccomandabile. Decido di trascorrere la notte in ospedale, mi assegnano una stanza tutta per me. I dolori sono sempre più sfiancanti, io ho tanto sonno, cerco di riposare tra una contrazione e l’altra, ma non ci riesco. Mi butto sotto la doccia calda, sto meglio ma le contrazioni si diradano. Trascorro tutta la notte a camminare, cantare, visualizzare, vomitare…ma tutte le volte che il medico mi visita non rileva cambiamenti, nonostante le forti contrazioni, la mia dilatazione rimane ferma a 2 cm. Comincio a perdere le speranze, pensieri disfunzionali mi devastano: “Non sono in grado di partorire…E adesso non sono neppure in grado di tornare a casa, sto troppo male”.  La mia ostetrica parla col medico, visto che non sono in travaglio si può aspettare tutto il tempo  necessario. Poi, mio marito mi dice che tra qualche ora il ginecologo smonterà e arriverà una dottoressa davvero in gamba. Decido di tenere duro ancora un po’, ho bisogno di avere una visione diversa della mia situazione.

Alle 8 del mattino arriva finalmente la ginecologa, mi visita e mi dice che c’è stata una piccola progressione. Mi propone di andare in sala travaglio, con qualche goccia di ossitocina la situazione dovrebbe mutare notevolmente. Accetto perché sono stanca, ho vomitato tutta notte e ho bisogno di essere idratata se voglio affrontare il travaglio. Mi somministrano una flebo di soluzione salina e sto decisamente meglio. Mi faccio forza, mangio qualche pezzetto di cioccolata, voglio farcela. Alle 10 del mattino sono in sala parto, trovo subito un ambiente confortevole: c’è la musica rilassante che preferisco e le candele che l’ostetrica accende mi danno energia. È fuoco che brucia per me. Mi attaccano il fastidioso monitoraggio wifi, ho la flebo di ossitocina, ma continuo a camminare per la stanza instancabilmente. Sto lottando con tutte le mie forze. Ad ogni contrazione mi fermo, canto e respiro, a volte non ci sto dentro ed urlo come una tigre, mi sento molto primitiva. Sono esausta: ho voglia di riposare e invoco una pausa, non ne posso più! Per fortuna in questo ospedale non offrono l’epidurale, ma la professionalità di ostetrica e ginecologa è eccellente. Nel giro di due ore sono a 8 cm, rinvigorisco, comincio a sentire tanta voglia di spingere, mi dicono di trattenere. Rimango bloccata a questa dilatazione per un po’, non so dire quanto. Arriva anche la mia ginecologa, è reperibile ed è stata chiamata per il mio eventuale cesareo. Sono tutte lì a farmi forza, mi aiutano tanto ad affrontare il dolore. Ad ogni contrazione trovo la spalla della mia meravigliosa ostetrica o di mio marito. Per sbloccare la situazione, mi propongono di andare sulla palla e dopo neanche mezz’ora la ginecologa dà alla mia ostetrica “l’onore di visitarmi”: C. esulta con un sorriso…sono finalmente a 10 cm, non ci posso credere! Posso iniziare a spingere se voglio.

Le spinte sono la parte più impegnativa di tutte, ma non desisto perché sono riuscita ad arrivare fino in fondo e ormai nessuno mi fermerà! Spingo per due ore circa, provo tutte le posizioni possibili. Finalmente la testa è lì, me la fanno toccare, sento il mio bambino e ho tanta voglia di stringerlo a me. Purtroppo sembra che ogni volta, ad ogni spinta, la sua testolina venga giù e poi risalga su. L’ostetrica mi dice che secondo loro c’è da fare l’episiotomia. Subito non voglio, ma fuori dalla sala c’è l’équipe  medica che è stata chiamata per il mio eventuale cesareo, non gli permetterò di affettarmi come un limone. L’ostetrica mi dice che non possono più aspettare tanto, è un bel po’ che spingo…mi dice che anche lei è contraria all’episiotomia, ma che adesso bisogna intervenire, mi rassicura che sarà un piccolo taglio e manterrà la sua promessa. Guardo la mia ostetrica e acconsento. Un piccolo taglio, tre spinte e alle 15.07 del 5 aprile 2015 posso abbracciare il mio Marco che nasce con arto associato, due giri di cordone attorno al collo ed uno attorno al piedino!

 

È meraviglioso stringerti a me amore mio, ce l’abbiamo fatta e ne sono orgogliosa. Io e mio marito ci abbracciamo forte, lui mi dice che sono stata bravissima e io mi sento una leonessa! Marco è rimasto due ore con me subito dopo la nascita ed è stato bellissimo questo contatto che tanto mi è mancato col cesareo.

Anche se non è stato un parto totalmente naturale, sono felice comunque, per me è stata una vittoria. Oggi è Pasqua, Cristo risorge ed io rinasco come donna.
Infinitamente grazie alle amministratrici e alle mamme del gruppo “Noi vogliamo un VBAC” : senza di voi non ce l’avrei mai fatta.
Grazie di cuore a C., la mia ostetrica, che mi ha supportato con grande capacità e professionalità e alle ostetriche dell’ospedale di Montecchio che mi hanno aiutato e hanno creduto in me.

 

 

 

 

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