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Puglia - San Giovanni Rotondo - Casa Sollievo della Sofferenza - Il VBAC di Luciana Natuzzi

Eccomi qui a raccontare la mia storia che comincia nel maggio 2010 quando la mia piccina, poiché podalica, nasce con parto cesareo, creando sulla mia pelle quel “sorriso”, e nel mio cuore tanta amarezza e tristezza per quel mancato parto naturale tanto osannato, durante tutto il corso della gravidanza, e sperato fino all’ultimo giorno di gestazione. Tuttavia ho sempre nutrito la speranza di potermi rifare ed a questo punto, studiando e navigando, scopro il gruppo su Facebook “Noi vogliamo un VBAC” e capisco che SI PUO’ FARE!!! La ricerca di un nuovo ginecologo diventa selettiva così che se la risposta era “nooo, signora, c’è rischio rottura”, automaticamente non ci tornavo più. Fino al giorno in cui incontro il ginecologo A.: presta servizio al Miulli (ospedale a 4 Km da casa), è preparato ma soprattutto disponibile a farmi fare il travaglio di prova, anche se devo ammettere che ci ho lavorato parecchio poiché, in alcune visite, si palesava il suo improvviso disappunto che io prontamente smorzavo in modo secco e categorico. E così tra “sei pazza”, “sei incosciente” e pochissimi “ti auguro di riuscirci" arrivo a 37 settimana quando il ginecologo, letteralmente, mi mette di fronte alla data del cesareo poiché il suo primario non gli ha dato il consenso a farmi provare. Mi stabilisce un incontro col tale ed io gli propongo di firmare una liberatoria o altrimenti lo avviso che avrei travagliato a casa e sarei arrivata in ospedale a 8 cm di dilatazione. A sentirmi parlare così gli cadono i denti (povero non si aspettava tanta determinazione, in verità cadono anche a mia madre che era presente!), ma con una coscienza professionale e scientifica da far accapponare la pelle ad un macellaio, mi dice: “la pelle è sua, faccia come crede”. 

Dopo due ore di sconforto attuo il piano B: prendo contatti con un ginecologo di Cerignola (BA) che presta servizio alla “Casa Sollievo dalla Sofferenza” a San Giovanni Rotondo, gli spiego che sono quasi nella 38 settimana, sono precesarizzata, sono rimasta senza ginecologo perché si è spaventato e mi ha abbandonata all’ultimo momento. Due giorni dopo mi visita nel suo studio privato e mi conferma che tutto è in regola per tentare il naturale, anzi mi specifica “signora se non partorisce lei naturalmente, chi altri può farlo? purtroppo devo constatare che si usa molto adesso, tra i miei colleghi, dare speranza alla donna per condurla fino alle ultime settimane nell’illusione, e poi metterla con le spalle al muro”. Primario e ginecologo A....andate a farvi un giro!

Cominciano i dolori preparatori, avvertiti un po' anche sulla cicatrice, il tappo comincia a liquefarsi e, senza fare allarmismi, chiamo il ginecologo A. (siamo sul finire della 38 settimana), e lui mi dice, con i denti di Dracula e i guanti sterili macchiati di sangue: “vieni, vieni che farò la notte, preparo subito la sala operatoria per il cesareo” ed io: “ma dottore io non ho dolori e comunque ho deciso di partorire a San Giovanni Rotondo, ho già preso contatti”, lui ci rimane male, quasi scoppia a piangere per quel mancato pacco regalo da scartare, anzi affettare.

Siamo al 12 marzo, dpp, fine della 40 settimana, giorno del cesareo programmato, che io avevo contrassegnato sul calendario con un bel “TIE’ ” scaramantico. Tutto taceva da giorni ma sentivo, durante il pomeriggio, una diversa sensazione di attesa: alle ore 23 circa ho dolori lombari forti e regolari, ogni 3 minuti. Doccia, avvisati i parenti, chiusa la valigia, sistemata la bambina che dorme beatamente e via per San Giovanni Rotondo (200 Km da casa). All'1.30 sono in sala travaglio con il monitoraggio, mi visitano, tutto chiuso ma con collo che risponde. TUTTO CHIUSO!!! Chiedo come è possibile nonostante i dolori ed il medico “signora questi sono i travagli che ci piacciono per le precesarizzate: lenti ed efficienti. Non si preoccupi, lei avrà la sua rivincita”.  Nel frattempo arriva un’altra gestante con travaglio inoltrato e dilatazione 8 cm che implora un buscopan per i dolori e lì mi rendo conto che la sala travaglio è una trincea: tre box con letti scomodissimi e senza cuscini (se lo chiedi ti rispondono che non ne hanno perché non serve), attrezzi per il travaglio miseri e usurati (soltanto palle, figurati!), separati da una porta a fisarmonica, una vera schifezza, nulla di romantico. Intanto arrivano le ore 4 e la tipa, dopo varie spinte, la portano in sala parto e, dopo qualche urlo sovrumano, dà alla luce il suo bambino procurando in me un senso di inadeguatezza che mi blocca il travaglio. Mi tolgono il monitoraggio e passo la notte nella sala d’attesa, sveglia accanto a mio marito (che invece dorme deluso), in attesa della stanza che avrò solo al cambio turno (le tipe dovevano dormire!): stanza 24, dedicata ai cesarei, 4 letti, due mamme in preda ai dolori post cesareo ed una con intervento programmato per parto gemellare. Ed è ancora trincea, sia per la logistica che per l’aspetto psicologico, quest’ultimo agevolato dal fatto che sentivo che la cosa sarebbe andata per le lunghe. Faccio andare via mio marito, comincia a mancarmi la mia bambina, le continue chiamate e gli sms, circondata dalle sofferenze del cesareo.

Siamo al 13 marzo mattina: esami di routine, ecografia, tutto ok, peccato solo che il mio ginecologo è in malattia, ma tanto sono io quella che deve partorire (mi dico!). Alle ore 18 ripartono le doglie, sempre più forti; dopo qualche ora fra corridoio e stanza, vado in sala travaglio, mi mettono il tracciato, mi visitano e mi chiede il ginecologo di turno (quello notturno): “signora, ma queste non sono onde da travaglio”, eppure io le sento forti cavolo; “ma da quanto tempo sta così?”, alla mia risposta dice: “nooo signora ma lei è chiusa, se continua così le faccio il cesareo stanotte”. Piombo nello sconforto: ho contrazioni forti e non mi apro, il mio corpo non risponde, sto soffrendo come un cane e nessuno mi crede, forse non sono portata per il parto naturale perché se queste sono contrazioni preparatorie come farò con quelle dilatative e da spinte, ho fallito. Chiedo di andare un attimo in stanza e dopo un po’ arriva l’ostetrica A che mi dice: “ho saputo che vuoi tentare il naturale, ti stimo brava però fai attenzione: non ti far convincere da chi cerca di fare allarmismi, vai avanti per la tua strada, testarda”, scoppio a piangere, quelle parole erano come una fontana di acqua fresca zampillante in un deserto arido e desolante, le dico “si ma il problema è che non mi apro”, e lei “no tesoro non è vero, il travaglio è così, comincia il pomeriggio e finisce al mattino, in genere per tre notti fino a quando poi scatta qualcosa e comincia il travaglio per il parto, soprattutto per le precesarizzate deve essere così. Il tuo utero sta lavorando, sta facendo ogni cosa bene, stai tranquilla”. Torno nella stanza, apro la valigia per prendere una cosa e, come per ogni volta che la apro, vedo il fiocco per mio figlio con su ricamato Nicola e mi sembra come se la gioia di appenderlo non arriverà mai, sia lontano da me. I dolori diventano fortissimi, si, si, forse ci siamo. I miei vocalizzi diventano necessari e più forti e chiedo mille volte scusa alle altre mamme della stanza. Passa qualche ora e mi ricordo che il medico mi ha detto di ritornare per rivisitarmi ma decido di andare a zonzo per l’ospedale (così non mi trovano!) passando la mia seconda notte di travaglio tra la sedia, il corridoio, le statue, le macchinette del caffè, i parenti che aspettavano fuori trepidanti (ed i miei parenti dove sono invece?), vomito tre volte e non sapevo dove sbattere la testa. Quella sarà la prima volta che fuggirò dalla sala operatoria. 

Mattino del 14 marzo, le contrazioni puntualmente cominciano a scemare, però la notte è stata davvero dura e, piena di speranza, suono alla sala travaglio e appena sentono “Natuzzi”, aprono la porta senza indagare ulteriormente, ero diventata “il caso” di quei giorni. Aveva cominciato il turno il ginecologo della notte del mio ricovero che mi fa qualche domanda e poi mi liquida dicendomi “nooo non c’è bisogno che ti visito, si vede dalla faccia che non stai travagliando. Vai vai, vai a riposare”. Magari!!! Quella ha avuto i gemelli ed è un continuo andirivieni di parenti, schiamazzi, pianti di neonati. Ed il mio di neonato? Piango, piango e piango. Ho pianto davvero tanto per lo sconforto. Non potevo neanche sfogarmi con qualcuno perché erano pochi quelli che mi appoggiavano veramente nella mia determinazione, la mia famiglia era lontana e gli sms che si susseguivano avevano tutti lo stesso testo “è nato?”. E poi non ce la faccio più, sono stanca ed ho sonno. Ma soprattutto non mi apro, non mi apro. Ore 18 cominciano puntuali le contrazioni, ancora più forti così che comincio a convincermi che non ce la farò a partorire, sono troppo stanca e debole e i dolori che ho sono già insopportabili per me. Non si può stare in stanza perché ho quasi bisogno di gridare; non si può stare neanche su una sedia delle mitiche sale caffè, le trovo più scomode delle altre notti, sono costretta ad andare in sala travaglio. All’ostetrica di turno chiedo se c’era un box disponibile per passare la notte ma senza il monitoraggio perché mi dà un fastidio enorme e poi perché non occorre monitorare tanto non è travaglio, al chè quella mi fa: “no no, tu c’hai la faccia del travaglio, vieni che ti visito”. Pensai: di nuovo sto cavolo di fatto della faccia!”. E così scoprii che alle ore 21 ero di 4 cm. EVVIVA!!! STO’ SBOCCIANDO!!! Avviso mio marito che parte, prendo acqua e cellulare, saluto le mie coinquiline dicendo che tornerò con il bambino, in un modo o nell’altro. Alle ore 23 sono dolorosissime e non riesco a respirare per tutta la durata della contrazione. Di fronte al mio box c’è una ragazza che ha partorito un bimbo morto, a destra una che sta per partorire il suo quarto bambino (solo mezz’ora di travaglio e con due spinte nasce) e a sinistra una ragazza nella mia stessa condizione di quando mi sono ricoverata: tutti i presupposti per farmi mille complessi mentali ma quella sera NO, quella era la mia sera signore, era la notte del “scatta qualcosa”. Metto  il cervello in standby, accolgo tutte le mie contrazioni con coraggio e caparbietà, se mi andava urlavo, se ce la facevo respiravo e facevo degli esercizi che mi avevano consigliato per far progredire il bambino, mi sono lasciata andare a quel momento. Alle ore 2, durante una visita, l’ostetrica di turno mi diagnostica un difetto confermato poi anche dalla ginecologa e cioè che ho l’osso sacro troppo basso e ciò potrebbe determinare un blocco nella progressione del bambino, una evenienza che purtroppo si può palesare solo a travaglio inoltrato. Allora mi chiedono di decidere se proseguire con questo rischio o fare direttamente il cesareo. In quel momento ho pensato che fosse meglio fare il cesareo piuttosto che continuare a soffrire per poi ri-soffrire anche del post cesareo, anche perché ero davvero sfinita e avevo paura di non farcela. Alle ore 4 ritornano da me e gli comunico che avevo deciso di fare il cesareo ma l’ostetrica mi rivisita e mi dice: “Luciana brava, la situazione è nettamente cambiata, il bambino si è adattato anteriormente e tu stai a 7 cm”. Quella era la seconda volta che fuggivo dalla sala operatoria.

Mi rompono le acque, che sono chiare, io sono felice ma mi sento morire soprattutto ora che le contrazioni diventano aspre e violente. Poco dopo arriva mio marito che quasi sviene vedendomi in quelle condizioni: occhiaie da tossica, placida, sfinita, impaurita, ma continuo il mio cammino. Alle ore 7.30 arriva il cambio ginecologo e mi visita: 8 cm. CHE COSA??! Dalle 4 del mattino a crepare dai dolori per un misero centimetro!!! Allora il tizio: “basta signora, abbiamo già chiesto troppo alla ferita, su preparatela, l’aspetto in sala”. Scoppio in lacrime disperata, dico a mio marito che mi dispiace e che lui è testimone che ce l’ho messa tutta, lui incazzato e dispiaciuto mi rassicura. Vengono a prepararmi, mi spogliano e mi mettono il camice ed appare l’ostetrica A. che ha appena cominciato il turno (evviva che fortuna!!!) che guardandomi negli occhi capisce quello che stavo per chiederle e lei “sono d’accordo con il dottore, mi dispiace, è giusto fare il cesareo a questo punto”. Si allontana, mio marito comincia a chiamare i parenti affinché partano ed io, in lacrime ed in preda ai dolori, urlo: “ma a me scappa la cacca”, consapevole ovviamente di quello che significava. In un istante mi si attorniano tutti: l’ostetrica, l’infermiera, la ginecologa che mi aveva assistito per tutta la notte (forse non sopportava l’idea che il tizio, fresco fresco, decidesse la mia sorte), la donna delle pulizie, mio marito, tutti...allora l’ostetrica A, con un cenno di intesa col viso alla ginecologa, grida “e allora partorisci, dovranno passare dalle nostre pance prima!”, così durante una contrazione mi pratica la dilatazione manuale che mi fa perdere la vista per il dolore, intanto la ginecologa mi aiuta a respirare bene e l’infermiera mi mette la flebo (una glucosata), io e mio marito ci guardiamo e non stiamo capendo più niente. Alla successiva contrazione mi incitano a spingere ed io lo faccio e anche bene e l’ostetrica mi accarezza e mi dice “fra mezz’ora nasce”, io piango e grido forte “non mi stai prendendo in giro? Ooooh ma che cavolo devo fare cesareo o no?”. Praticamente mi ignorano e procedono col mettermi il catetere. Tutto era frenetico e concitato. In quel momento arriva il ginecologo che si chiedeva che fine avessi fatto ed, insieme a tutti, assiste al meraviglioso evento fisiologico naturale dell’urinare: volevo evitare il catetere ed ero riuscita a rilassarmi, ma che vergogna però!!! A parte questo particolare, il ginecologo si complimenta con me per aver tempestivamente cominciato il parto naturale, io do altre tre spinte (5 in tutto) e all’improvviso mi portano in sala parto. Quella era la terza ed ultima volta che fuggivo la sala operatoria.

Mi fanno passare su un letto di metallo orrendo, da macelleria; anche  la stanza è fredda e molto metallica; mi bloccano i piedi imponendomi la posizione ginecologica; io avverto una calma ed un senso di quiete fisica che è bellissima: all’improvviso mi sentivo forte e non mi rendevo conto che il mio corpo stavo partorendo. Tutta quella fatica, quella trepidante e sofferente attesa per un evento che mi stavano rubando, già perché non importava più che io partorissi ma che partorissi per evitare il cesareo, e tutta quella concitazione da parte della ginecologa e dell’ostetrica mi ha impedito di gustare la cima della montagna che avevo raggiunto perché io davvero non stavo capendo più niente, ero in balia delle loro mani, mi sono ritrovata nella condizione di non poter decidere più nulla. Mi gusto quel momento di calma apparente e sento che arriva la contrazione e spingo, spingo bene ed alla fine emetto un urlo di cui mi spavento io stessa nel sentirmi, cerco gli occhi di mio marito che è dietro di me, poverino, anche lui terrorizzato dalla mia metamorfosi durante le spinte. Un altro sguardo di intesa fra ostetrica e ginecologa e mentre sto spingendo l’ostetrica prende le forbici ed è la fine...quanto luccicavano! La contrazione non era finita, io urlo di nuovo e la ginecologa con il braccio si mette di peso sulla mia pancia ed io ho una bruttissima sensazione come di un acino d’uva spremuto. E no, ora è troppo: mi rivolgo verso di lei e con una voce gutturale, tipo posseduta, le dico: “smettila, non lo fare più”, e lei “ma noi ti stiamo aiutando”. Ma io stavo spingendo bene, mi hanno fatto perdere la concentrazione per respirare con tutta quella fretta di farmi partorire, io sentivo il mio bambino che si muoveva dentro di me ed ero felice, quelle urla non erano di dolore ma di trionfo, di liberazione, erano un ALLELUIA al mio bambino che stava venendo al mondo; la posizione, il taglio, la fretta: perché tutto questo, io sentivo che ce la potevamo fare, io e il mio campione! Abbasso la testa in segno di sconfitta: queste mi hanno evitato la sala operatoria ma mi hanno tolto tutta la mia dignità di partoriente! Ultima spinta e nasce il mio bambino: me lo mettono sulla pancia tutto impaurito, io non riesco neanche ad accarezzarlo talmente mi sembra sacro. Ritorno in stanza praticamente senza voce e allora alzo il pugno in alto verso le mie coinquiline cesarizzate: VITTORIA!!! 

Durante tutto il travaglio e il parto la ferita del cesareo non esisteva proprio: non una fitta nè un dolore. L’ospedale è comunque una struttura vecchia e si vede e, su alcuni punti di vista, se ne paga il prezzo. Infermiere e puericultrici acide e assenti. Medici ed ostetriche molto provbac, tant’è che per molte non c’era bisogno di specificare che ero precesarizzata tanto erano abituate, tuttavia mai abbassare la guardia. Comunque non mi hanno dato l’impressione di accettare che la mamma decida per sè pur di avere un parto fisiologicamente rispettoso.
Tutte le cose che avrei voluto per il mio parto e tutta la preparazione per evitarne alcune, purtroppo non sono servite nel mio caso in cui incombeva la minaccia sala operatoria. 

GRAZIE DEL VOSTRO SOSTEGNO E TESTIMONIANZA, GRAZIE ALLE AMMINISTRATRICI CHE HANNO MESSO A DISPOSIZIONE IL LORO TEMPO E LA LORO ESPERIENZA LAVORATIVA E PREPARAZIONE PUR DI FARMI VIVERE QUESTO BELLISSIMO EVENTO: ABBIAMO VINTO TUTTE INSIEME!!!  

 

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