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Inghilterra - Southampton - Osp. Princess Anne - Il VBAC di K.A.Z.

Il mio primo bimbo nasce il 27 luglio 2010 con cesareo d’urgenza per sofferenza fetale. Ricordo benissimo quei momenti, panico e terrore. Terrore di non farcela. Paura che qualcosa potesse andare storto. Il suo cuoricino aveva cominciato a battere all’impazzata (erano passate circa 18 ore da quando mi si erano rotte le membrane, per tutto il tempo ero rimasta pervia al dito).

In pochi minuti mi trovo catapultata in sala operatoria. Piangevo. Ricordo il freddo. Poi il suo pianto. E il suo visino visto per pochi secondi. In quel momento capisco l’essenza dell’ amore puro. Eccoti finalmente amore mio. Odio non poterti abbracciare e stringere a me. Piango per tutto il resto dell’operazione. 
Poi il post-operatorio. Orribile. Ho pianto in silenzio per tutti i giorni che sono rimasta in ospedale. Per come sono stata trattata e per come mi sentivo sola e senza nessun appoggio. Ci ho messo circa un mese per cominciare a camminare di nuovo come un essere umano normale.
Vivo talmente male quest’esperienza che dentro di me penso che non vorrò mai più avere figli se devono venire al mondo in questo modo. Non avrei mai pensato di fare un cesareo e ignoravo l’esistenza del VBAC (che ho scoperto grazie ad una ginecologa ex compagnia di università di mio marito che mi aveva tranquillizzata dicendomi che avrei potuto benissimo avere un parto naturale dopo cesareo). 

Ed infatti mi ci vogliono circa due anni per metabolizzare il tutto e fare pace con quel sorriso stampato sulla mia pancia. Così quando il nano compie due anni iniziamo a pensare ad averne un altro. Rimango incinta, ma a gennaio 2013 perdo il fagiolino a circa 7 settimane. Una bella batosta, ma non ci perdiamo d’animo e ci riproviamo subito. Ad aprile scopro di essere nuovamente incinta. 
Ed eccolo, il secondo nanetto che cresce dentro di me. A circa 12 settimane scopro il fantastico gruppo Facebook Noi vogliamo un VBAC, che mi apre gli occhi su tante cose. Credo in me stessa e nel mio corpo, so che ce la posso fare. Il mio percorso di consapevolezza è iniziato. E il nanetto cresce e passano le settimane. La mia placenta rimane bassa ma cerco di non scoraggiarmi anche grazie a voi che mi date speranza. 

A 34 settimane io e il nano grande seguiamo mio marito in Inghilterra, dove si era trasferito due mesi prima. Faccio il primo colloquio con la midwife (ostetrica) a 37 settimane. Scopro che questo ospedale è quello dove hanno girato la prima serie di “24h in sala parto” e la cosa mi fa sorridere. Mi parla di VBAC, cosa assolutamente normale e di prassi in Inghilterra. Sono super felice. Finalmente qualcuno che non ti fa terrorismo psicologico ma che anzi ti incoraggia. Unico problemino la mia placenta: non si sa di quanto è salita. La settimana successiva faccio l’eco. La placenta è distante 2,69 cm dall’OUI (orifizio uterino interno): placenta marginale. Mi viene il panico. La midwife che mi fa l’eco non si pronuncia. Dice che in questo caso devo parlare col medico. Aspetto. Sono minuti di ansia. Non voglio fare un altro cesareo. No. Mi metto quasi a piangere. Mi chiamano. Entro. La dottoressa mi dice: siamo felici di dirti che puoi tentare il vbac. A momenti la abbraccio. Non ci credo. Mi avvisa che però data la placenta bassa potrei avere un’emorragia. Ma che anche molte donne hanno partorito senza perdere sangue.

Arrivo a 40 settimane. Faccio colloquio con la midwife: mi misura la pancia, ausculta il battito, fa test alle urine, parliamo un po’ e mi fissa appuntamento a 41 settimane per altro colloquio se il bimbo non nasce prima ovviamente. Le 41 settimane arrivano. Stessa prassi della volta precedente. Io ormai sono settimane che ho contrazioni. Sono stanca, mi sembra che non portino a nulla. Mi dice che normalmente offrono induzione a 41+5. Io le dico che sinceramente non mi convince questa cosa, che non ne capisco il motivo. Lei mi assicura che si valuta prima la situazione, soprattutto perché la mia placenta è marginale. Mi avvisa di andare immediatamente in ospedale se inizio a perdere sangue, sempre per via di questa benedetta placenta. Torno a casa e spero che qualcosa cominci a muoversi.

Arrivo a 41+4, sono due giorni che perdo il tappo, ho passato la notte sveglia con contrazioni abbastanza regolari. Decido di non muovermi da casa. Però poi inizio a vedere anche del sangue. La cosa non mi avrebbe preoccupata minimamente, so che il tappo può essere misto sangue. Ma penso alla placenta e allora mio marito chiama in ospedale per sentire cosa fare. Qui prima di andare in ospedale, anche se si è in travaglio, bisogna fare un colpo di telefono così loro tirano fuori cartella clinica e il necessario in base al caso. Comunque mi dicono che preferiscono vedermi. Andiamo in ospedale e sono dilatata solo 1 cm. Le contrazioni ci sono, ma sono diventate irregolari. Ho anche parlato col medico per sapere se potevo tornarmene a casa, ma preferiscono tenermi in osservazione (per l’ennesima volta: grazie placenta!). Mi fido e rimango, mi dico: non siamo in Italia. Qui mi hanno proposto loro il vbac. Sanno quello che fanno. Forse sono ingenua, ma sento di fidarmi.

41+5 Contrazioni sempre irregolari ma più intense. Sono sempre più stanca. “Sarebbe” anche il giorno in cui loro inducono con “tablet” di prostaglandine. Faccio visita, sono ferma a 1 cm. Ok. Inseriamo questo benedetto tablet e vediamo se fa effetto. Nel tardo pomeriggio iniziano le vere contrazioni. Mi spostano in sala parto. Che bello, penso, ho il bagno con la vasca. Vorrei tanto buttarmi dentro. Sono a pezzi. Ho il monitoraggio continuo. Date le perdite di sangue non si fidano a lasciarmi senza. La midwife giovane che mi segue mi fa continuamente cambiare posizione perché ci sono delle decelerazioni. Sono in panico. Lo spettro del cesareo si ripresenta. Arriva tutto il team in sala parto. Il consultant (tipo primario) mi avvisa che terranno monitorata la situazione e che se continua così dovrò fare cesareo. Appena escono, nel silenzio della stanza, inizio a piangere. Improvvisamente entra la midwife che mi stringe la mano e mi dice di stare tranquilla. Mi consola e mi sta vicina. Le contrazioni sono belle forti, ora il nanetto non ha più decelerazioni. Io mi tranquillizzo. Mi visitano sono 5 cm. Ed arriva lei, la midwife che mi seguirà fino alla fine, fantastica. Mi fa preparare del tè alla menta zuccherato. Mi accompagna nel mio percorso. Mi fa perfino portare un ventilatore perché avevo caldo. Ad un certo punto stacca tutto, si fa portare il ctg coi sensori che potevano stare in acqua e mi aiuta ad entrare nella vasca. Vorrei non uscire più da lì, ma poi mi aiuta ad uscire dalla vasca per tornare sul lettino, nel mentre ho una contrazione, mi lascio andare sul pavimento lei mi aiuta, mi sorregge da dietro, mi dice di appoggiarmi a lei. Continuo a perdere sangue. Non ne posso più. Mi manca il fiato, sono distrutta, ma felice. Penso all’esempio del fiore che molte di voi avevano fatto. Sono come un fiore, sto sbocciando. Il dolore è terribile ma ce la sto facendo, ogni contrazione è una in meno che mi porterà a vederti piccolo mio. Mi chiedono se sono d’accordo nel farmi rompere le membrane e accetto. Sono le 23 circa e sono a 9 cm. Quando la midwife me lo dice non ci credo. Allora manca poco!! Di lì a poco sento che devo spingere. Ci siamo. Eccomi nel pieno della fase espulsiva. Urlo ad ogni spinta. Non mi riconosco. Urlo con tutta me stessa. Urlo e spingo. Improvvisamente mi dicono che devono farmi l’episiotomia, ma non totale. Urlo che non voglio. Non mi toccate, per favore! “Hai un’emorragia, lo facciamo per aiutarti, il bimbo deve uscire!”. Anestesia e taglietto. E poi qualche altra spinta. Ed eccoti. All’1:50 del 16 gennaio sei nato. Non riesco a crederci. Ti ho partorito. Oddio non ci credo. Mi fissi e io non riesco a smettere di guardarti, tutto sporco appoggiato sul mio petto. Sono in estasi. Mi sento “potente”, donna, femmina.

Entra mio marito (era fuori con l’altro nano, che nel frattempo si era addormentato sulle poltrone del reparto). Da lì a poco mi trovo circondata da un sacco di persone, tra medici e midwives. Mi sento debole. Mio marito tiene il piccolo. Iniziano a tamponare l’emorragia. La sensazione è orribile. Mi avvisano anche che se non si ferma dovrò andare in sala operatoria. Perdo 2.5 litri sangue. Ma per fortuna l’emorragia si ferma. Mi spostano dalla sala parto, ho il catetere, mi sento più di là che di qua, sono sdraiata e non posso muovermi. Mi mettono su un letto, ma il mio piccolo è sempre di fianco a me. In tarda mattinata mi tolgono il catetere e iniziano a trasfondermi 2 unità di sangue. Tu, piccolino, sei sempre con me. E ti attacchi al seno anche durante le trasfusioni. Dopodiché ci spostano in reparto. 
Il giorno dopo, il 17 gennaio di pomeriggio, siamo già a casa. Mi sono trovata benissimo in ospedale, il personale è stato fantastico, disponibile, mi sono stati vicini e mi hanno supportata, nulla a che vedere con la prima esperienza. Ci ho messo un po’ di tempo a riprendermi. Non è stato il VBAC dei miei sogni, ma sono felice. Non potrò mai dimenticare la sensazione di mettere al mondo mio figlio, la sensazione di prenderlo sul mio petto e di stringerlo a me. E anche il fatto di poter camminare sulle mie gambe e occuparmi di lui senza dover camminare a 90°.

Vorrei ringraziarvi tutte per l’appoggio e l’incoraggiamento che mi avete dato nel leggervi durante i mesi della gravidanza. E ci tengo a ringraziare Clelia Losacco per queste parole che mi scrisse qualche giorno dopo il parto in un momento in cui ero davvero giù di morale perché mi sentivo sola:

“Il primo mese con due bambini è semi-tragico, poi certi meccanismi diventano automatici e le cose iniziano ad andare meglio. E nel silenzio della sera, quando finalmente tutti dormono, te li guardi e ti senti in pace, avverti quella beatitudine e quel senso di completezza cui anelavi: eccola, la tua famiglia è tutta lì, l'hai creata tu, sei la colonna portante, sei la madre, sei la moglie, la DONNA della famiglia. Niente è più grandioso del tuo ruolo. Ti abbraccio, cara. Rimettiti in forze!”

Niente di più vero!

Grazie di cuore a tutte!

 

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