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Lombardia - Lecco - G. B. Mangioni Hospital - Il VBAC di K.B.

Era tanto che desideravo riscrivere il racconto del mio VBAC, perché quello scritto subito dopo il parto era dettato dall’entusiasmo del momento, non rispecchiava la realtà delle cose e non lo trovavo né giusto per me né utile a qualcuno. Così eccolo qua, forse un po’ lungo ma se avrete voglia di leggerlo questa è la mia storia e se sarà uno spunto, un supporto o un aiuto o se servirà ad evitare i miei stessi errori ad anche una sola di voi che legge io avrò vinto un’altra volta.

Quando sono entrata nel gruppo Facebook "Noi vogliamo un VBAC" l’impatto per me è stato molto forte. Leggevo e sentivo nelle parole di molte donne la rabbia e la sofferenza per qualcosa che a me non sembrava poi così tragica. Pensavo “ma hanno i loro bambini sani e belli tra le braccia, li hanno semplicemente desiderati e sono arrivati nelle loro vite”. Non capivo e tutto mi allontanava. Entrambi i miei figli sono arrivati con un lungo percorso di PMA. Per avere tanto ho accettato cose a cui non avrei immaginato nemmeno lontanamente di dover ricorrere. Interventi, punture, monitoraggi, visite in equipe, esami...Il mio corpo era altro da me e come disse una cara amica con la quale condividevo lo stesso percorso “per quanto si possa parlare di rispetto, rimaniamo come mobili dell’Ikea”. Ero semplicemente ospedalizzata e assuefatta alle pratiche mediche, il cesareo ne era solo una in più.

Oggi rimpiango di non avervi incontrate prima.

Alla 38esima settimana avevo appuntamento per l’ultimo controllo con il mio ginecologo presso la Cinica Mangioni di Lecco, per la stessa settimana avrei dovuto prenotare una vista ostetrica presso l’Ospedale di Monza, che nel gruppo mi era stato caldamente consigliato, e io in fondo sentivo di non fidarmi della clinica. 
Una sera, mentre sedevo sul divano, una fitta tremenda mi attraversò orizzontalmente la cicatrice, fu così intensa da togliermi il fiato, mi morsi le labbra e cercai di fare finta di niente perchè mio marito mi stava guardando, e lui va in panico per niente. 
“Tutto bene?”, “Sì” dissi, “Dove vai?” “In bagno, cavolo, non posso nemmeno andare in bagno?”. Ormai ero intrattabile. Mi chiusi in bagno, pensai a Monza, sarebbe stato un altro ospedale, altri medici, altra visita, altre dita infilate nella vagina. Piansi tanto, stavo male e non fisicamente. Decisi di rinunciare al S. Gerardo e andare incontro al mio destino.

Feci l’ultimo controllo: collo leggermente accorciato, niente dilatazione. Il ginecologo mi disse che, salvo problemi, se nulla fosse successo nel frattempo ci saremmori visti in reparto a 40+1 per il primo monitoraggio. 
Passò una settimana senza che succedesse niente, zero contrazioni e nessun segnale di qualunque tipo, cominciai ad andare in paranoia. Continuavo a prendere regolarmente Apermus e bere tisane di foglie e frutti di lampone (una bustina la conservo ancora, il suo profumo mi riporta sempre indietro).

Era sabato, mio marito era ad un matrimonio, io quel giorno mi sentivo stanca, la pancia mi pesava più del solito e avevo mal di schiena. Cercai di riposare ma niente, era come se avessi corrente per tutto il corpo. La sera alle dieci eravamo tutti già a letto, compreso mio marito che era arrivato bello allegro dal matrimonio. Era da poco che avevo preso sonno, verso le 23.30 arrivò la prima contrazione, lunga forte e decisa, ma non avrei mai immaginato che nell'arco di mezz'ora le contrazioni diventassero costanti, regolari e direi da manuale. Non svegliai nessuno, decisi di tenere tutti per me quei momenti che sarebbero rimasti unici, indimenticabili. Pensai che l’indomani mi sarebbe aspettata una lunga giornata. Mi sbagliai felicemente, di lì a poco le contrazioni presero subito il ritmo di una ogni tre minuti. Alle 24.00 riempii la vasca di acqua calda e lì ci rimasi fino alla 1.30. La finestra del bagno era socchiusa e potevo intravedere nell’angolino una meravigliosa luna piena, rischiarava la notte che cadeva silenziosa tutta intorno a noi (questo sarà tra i ricordi più belli e incancellabili). Ad ogni contrazione che arrivava e ad ogni respiro che prendevo pregavo che questa volta potesse andare diversamente. Svegliai mio marito quando pensai fosse ora di preparare le cose. Quando mai! Alla prima si rimise a dormire, alla seconda mi disse che se non riuscivo a prendere sonno di andarmene sul divano, alla terza dopo i dovuti insulti scattò in piedi dicendo “cosa vuol dire che sei in travaglio?”, apriti cielo, fece per andarsene fuori in mutande a prendere la macchina dimenticando che c’era Mattia che dormiva. Ad un certo punto gli dissi di darmi le chiavi della macchina che in ospedale ci sarei andata da sola, i postumi del matrimonio erano evidenti. Riuscii a riportare un po’ di tranquillità. Sistemammo Mattia dai nonni e avvertii l'ostetrica che stavo arrivando. Ero terrorizzata di andare in ospedale e angosciata di essere a dilatazione zero. Arrivai in clinica alle 2.10,  l'ostetrica mi visitò e con stupore ero già di 8 cm, pensai gasatissima che allora potevo farcela, sì potevo farcela! 

Entrai subito in sala parto, mi misero il monitoraggio, mi ruppero il sacco, poi l’ostetrica mi fece mettere in piedi a lato del letto e mentre mi dondolavo mi massaggiava il bacino. Di lì a poco arrivò anche il mio ginecologo che quella notte aveva la reperibilità, quando lo vidi pensai delle brutte cose della sua faccia, ma alla fine era quello che volevo no? Erano da poco passate le tre, credo, ero a dilatazione completa e mi venne voglia di spingere, mi misi seduta sul lettino l’ostetrica mi disse “lasciamo fare a Michelle tu seguila”. Spinsi con tutte le forze, vedevo i maniglioni del lettino vibrare “adesso si staccano” pensai. L’ostetrica mi incitava, diceva che ero brava, che stavo andando bene. Poi ecco che l’apparecchiatura del monitoraggio andò in allarme, il ginecologo mi disse sospirando che i battiti scendevano troppo senza risalire che avrebbe usato la ventosa. Quello era il momento in cui avrei dovuto fare mio il VBAC, il momento in cui avrei dovuto dire di mettersi in quel posto la ventosa e me in una posizione decente per partorire. Mi guardai attorno cercando mio marito, non c’era. Ero sola. Ho avuto paura per la mia bambina, sentii tutto quello che avevo fatto per arrivare a quella gravidanza schiacciarmi come un macigno, stronza egoista mi dissi. Lasciai che facessero quello che dovevano. La trazione della ventosa mi provocò un dolore devastante, urlai come una pazza, “ci devi aiutare, spingi quando arriva la contrazione!”. Sentii soltanto la pediatra dirmi “Dai che sta nascendo!”. L’episiotomia. Poi vidi la testa di mia figlia tra le gambe e il dolore si dissolse come la foschia del mattino. Sentii scivolare fuori dal mio il suo corpo caldo come il mio cuore. Lei sapeva di me. Il suo visino sporco di vernice caseosa era bianco, candido, e mi ricorderà sempre la luna piena che ci assistette quella notte di giugno. Michelle nasceva bella, bellissima alle 3.45, con Apgar 10, 3.230 kg per 48 cm.

Ho avuto un'emorragia (1000 cc) e il medico mi ricucì prima che l’anestesia facesse effetto: quello è l’unico dolore fisico che io ricordi. 

La felicità e' stata pari alla fatica e ne è valsa la pena mille e mille volte ancora di aver vissuto quel dolore così profondo, intenso e totalizzante, che mi ha attraversata anima e corpo lavandone via uno più oscuro. Poi, vi confesso, è stata una soddisfazione sentire i complimenti dei medici (nonostante la ventosa), tranne del mio che guarda caso non mi disse nulla. 
Non avrei voluto la ventosa, non avrei voluto l’episiotomia. La responsabilità di come sono andate le cose è anche mia, sapevo di non dover andare in una clinica, ma così io ho scelto, giusto o sbagliato che fosse, le motivazioni ora non contano, finirebbero per diventare scuse che non voglio. Oggi ciò che è importante sono i momenti che ho saputo conquistare in un percorso che per me è stato umanamente molto difficile, un percorso in cui se non vi avessi incontrate non avrei nemmeno avuto la forza di provarci e mi sarei rassegnata ad un secondo cesareo.

Non sono brava a scrivere ma l’ho fatto con il cuore aperto, parlando di cose intime che avrei preferito tenere per me per paura, vergogna, dolore. Ma ho conosciuto un’ingiustizia subdola, silenziosa e socialmente accettata sul corpo e sull’anima della donna che deve cessare e non si può pretendere che le cose cambino stando a guardare.

Ringrazio le persone che tengono vivo questo gruppo, quelle che spendono gratuitamente tempo ed entusiasmo per un’idea, l’idea che non ci si può rassegnare alla “stupidità ostetrica”, l’idea che essere donna è una cosa bella, che diventare madre è un privilegio e che partorire con rispetto e dignità è un diritto.

In bocca al lupo a tutte le donne che stanno per diventare madri e perché cambiare le cose possa diventare la nostra scelta naturale.

 

 

 

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