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Emilia Romagna - Faenza - Osp. Civile - Il VBAC di Ambra Farina

Milo e la sua nascita rispettosa

Quando ti strappano un figlio dal grembo il dolore è così grande che all'inizio offusca la gioia; quando senti piangere quel figlio che hai cullato per nove mesi senza poterlo toccare sapendo che la sua disperazione è data dalla tua assenza non puoi non imprimere quel pianto nella memoria e ricordarlo giorno dopo giorno, mese dopo mese; quando scopri che quel cesareo non era necessario e che la tua bambina avrebbe potuto avere l'opportunità di nascere secondo Natura, la rabbia è così forte da togliere il respiro. Eppure la vita vince su tutto e il tempo aiuta quantomeno a lenire la perdita di quei primi momenti tanto preziosi. Così impari ad essere madre, a conoscere quel piccolo essere che dipende da te solamente e che giorno dopo giorno impara a camminare con le sue gambe. Arriva il momento in cui il desiderio di un altro figlio non nasce dalla rivalsa e dalla volontà di guarire la ferita di un parto mancato, ma viene direttamente dal cuore di mamma, mai troppo sazio d'amore per non dare la vita all'infinito. 

Ho chiamato a gran voce un fratellino per la mia principessa e lui non si è fatto attendere. In una notte di settembre ha trovato casa nel mio utero ferito e già in me cresceva la consapevolezza che questa volta sì, sarebbe stato diverso. Quanto ho letto durante i nove mesi di gravidanza, quanto avevo studiato dopo la nascita di Elettra: la conoscenza sarebbe stata la mia arma, la mia forza la sicurezza che il mio corpo si sarebbe ricordato l'ancestrale volontà di vita che unisce le donne tutte.

Sapevo che avevo bisogno di fare tutto ciò che sarebbe stato in mio potere per ottenere il rispetto che meritavamo sia io che il bambino e ho speso otto dei nove mesi dell'attesa per cercare il luogo ideale, l'ostetrica-angelo che mi avrebbe guidata, la fitoterapia che avrebbe preparato il corpo e la pace che avrebbe calmato l'anima. I mesi passavano e a ogni donna di cui leggevo il VBAC ottenuto mi sentivo più vicina al mio, mentre soffrivo con le altre che non avevano coronato il loro sogno perché quello stesso desiderio cresceva in me sempre più forte. Tra letture e ricerche è arrivato l'ultimo mese e con questo la serenità assoluta, la consapevolezza sicura, la felicità di un percorso che stava per giungere alla sua conclusione.

Mi sono svegliata quella domenica pomeriggio con un dolore nuovo. All'inizio non volevo credere che fosse arrivato il momento tanto atteso, ma la ritmicità di quelle onde ha risvegliato in me l'istinto della vita che si fa strada e dopo una doccia calda e le prime vocalizzazioni ho realizzato che il mio bambino aveva deciso di venire al mondo. Ero felice. Non avevo paura del dolore, lo accoglievo con il sorriso, parlando a quel piccolo che avevo in grembo, raccontandogli che presto ci saremmo conosciuti e che entrambi avremmo trovato la via giusta. 

Con l'arrivo della mia ostetrica mi sentivo in mani sicure, con mia mamma che vegliava con me mi sentivo coccolata, con mio marito e mia figlia che dormivano mi sentivo serena e così cantavo una canzone che nessuno mi aveva insegnato, dondolando e ridendo in giardino mentre la notte si faceva buia. Un travaglio così bello che mai avrei osato desiderare, sdraiata sul divano di casa mia in una sorta di trance ovattata che mi portava così lontano che non saprei dire dove. La pioggia che purifica è arrivata e sentivo la Natura che cantava con me in una notte senza luna. Ancora l'alba non era spuntata che il momento di partire per l'ospedale era giunto: “Bene, siamo a 5-6 cm, adesso dobbiamo andare”. E io che ancora ridevo e parlavo, tra coscienza e oblio. 

Ad accogliermi a Faenza due ostetriche dolcissime ed io, sorretta dal mio angelo, mi sentivo sicura e protetta. “Siamo già a 7-8 cm”. Tutto procedeva da manuale. Mi hanno accompagnata in sala parto, la più bella dell'ospedale, e intanto i dolori erano sempre più forti ed io sempre più lontana da questo mondo terreno. Mio marito mi sorreggeva fisicamente, ballando con me il tango della vita, mentre la mia ostetrica mi parlava e incitava. Il dolore era incessante, pulsava sulle anche senza darmi tregua e non riuscivo a concentrarmi come avrei voluto sulla discesa del mio bimbo e sulle spinte che lo avrebbero aiutato. Nessuno mi ha imposto niente, nessuno mi ha medicalizzata, hanno lasciato che si rompesse il sacco da solo, rispettando il mio desiderio di non intervento che non ho nemmeno dovuto esprimere: il più naturale possibile e nel rispetto assoluto. Guidata dal mio angelo ho trovato infine la forza per far nascere il mio bambino, senza pensare mai per un attimo che non ce l'avrei fatta, senza desiderare mai un altro cesareo, senza lasciarmi prendere dalla paura quando ho visto qualche sguardo un po' preoccupato: senza la mia ostetrica non so se mio figlio sarebbe riuscito a trovare la via, ma di certo so che grazie a lei la testa ha iniziato a scendere. Non avrei mai pensato che vedere riflessa in uno specchio un'immagine mi avrebbe trasformato in animale, ma quando ho scorto il mio piccolo che mi apriva come un fiore e ho toccato per la prima volta il frutto dell'amore tra me e quel forte uomo che mi sorreggeva, le urla si sono fatte più profonde e sono diventata istinto puro. 

E così Milo è sgusciato fuori dal mio bacino ed io mi sono gettata su di lui affinché nessuno lo portasse via: questa volta no, mio figlio doveva rimanere con me. Nudi e stanchi entrambi, legati ancora da quel cordone che ci aveva entrambi nutriti nel tempo trascorso insieme, pieni di un'emozione che non conoscevo, tanto forte da travolgermi completamente. 

Milo è venuto al mondo in una mattina di sole arrivata dopo una notte di pioggia e canti, e il dolore era già lontano nel momento stesso in cui ho stretto al mio cuore quel piccolo lottatore profumato. 

 

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