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Emilia Romagna - Rimini - Osp. Infermi - Il VBAC di Francesca Cima

Il primo TC di Francesca è raccontato qui:

Emilia Romagna - Rimini - Osp. degli Infermi - Il TC di Francesca Cima

 

Ad aprile del 2012 io e mio marito decidiamo che è ora di dare un fratellino o sorellina al nostro piccolo Tommi e il 30 maggio 2012 faccio un test che risulta positivo, sono incinta e piango perché avrei rivissuto quei fantastici 9 mesi. La gravidanza procede benissimo anche se, visto che sono meno ingenua della prima, ho più timori. Faccio più esami, compresa la villocentesi, per paura che qualcosa vada storto. Fortunatamente tutto procede per il meglio e ad agosto mi confermano che la mia piccola è sana: ora rimane un dilemma, come verrà al mondo? Sento voci di donne precesarizzate che dicono: “io la ferita già ce l’ho, col cavolo soffrire per farlo naturale, si riapre la ferita e il bambino esce da lì”. Io rimango perplessa anche ripensando al post-operatorio, le gambe paralizzate, la fatica a camminare e la dura ripresa. 

Alla visita dal ginecologo è proprio lui che mi convince a partorire naturalmente e non smetterò mai di ringraziarlo per avermi dato questa speranza. Da quel momento sono determinata ad avere il mio VBAC! Al primo colloquio in ospedale a circa 38 settimane, chiediamo al medico se io sarò in grado di partorire, visto che il mio utero non ha mai travagliato, anzi il travaglio non è mai partito nonostante fossi a 41+3 e il medico risponde che l’unica arma è la pazienza e io ne ho avuta, grazie al cielo. 

A 39 settimane cominciano a scollare le membrane, ovviamente perdo il tappo mucoso, ma niente altro. Come per il primo parto dormo serena tutte le notti e sento la mia piccola scalciare ininterrottamente. Lavoro fino a sabato mattina, 41+2, per non pensare, per far passare il tempo, per avere pazienza. Domenica pomeriggio mi ricoverano, in ospedale c’era una confusione pazzesca, io rido e scherzo con l’ostetrica di turno che fa i ricoveri. Mio marito mi va a comprare una piada che mangio prima di andare in sala parto per cominciare anche questa volta l’induzione. 

Entro in sala e mi attaccano il monitoraggio, chiedo di farmi mettere il catetere per l’epidurale, certa che non sarebbe mai partito nulla e certa di ritrovarmi a breve in sala operatoria. Il ginecologo mi guarda e mi dice: “ne sei proprio sicura?”. Io sorrido sfiduciata e mi mettono il catetere per l’epidurale. Poi inizia l’induzione, senza farmaci ovviamente, ma con il palloncino, il cosi detto catetere di Foley. Mi tengono un pochino in osservazione e mi mandano in camera, tutti sorridenti dicendomi di tornare in sala parto alle 7.30 di mattina per togliere il catetere e vedere la situazione.

Vado in camera con tutti i tubi e tubicini a penzoloni, mangio dei biscotti e io e mio marito ci mettiamo a dormire. E’ circa mezzanotte. Durante la notte ho dolori continui, che attribuisco a quel “coso”, finché dopo essere stata in bagno, alle 5.30 rimettendomi a letto, comincio a stringere la mano di mio marito, sempre più forte. Lui mi dice di alzarmi, andiamo alla macchinetta e prendiamo un caffè e improvvisamente sento scendere un liquido.

Alle 6.30 entro in sala parto dicendo che avverto dei dolori. Alle 7.00 l’ostetrica mi visita e sono a 6 cm di dilatazione. Io non ci credevo, non poteva essere vero. Entra il medico sorridente come sempre e mi visita, finisce di rompermi le acque che erano tinte (tinte 1) e mi dice che se si fosse fermato il travaglio mi avrebbero aiutata con dell’ossitocina, ma io quella flebo non la volevo più vedere e il mio travaglio è andato avanti così. Ogni tanto chiedevo solo quanto mancava e il medico scherzando mi rispondeva: “per marzo nasce”, era il 18 febbraio. L’ostetrica è stata un vero angelo, dicendomi che lei finiva il turno alle 14.00 e la bambina sarebbe nata con lei. Mi ha aiutata a cambiare posizione tantissime volte e mi ha aiutata ad arrivare a dilatazione completa. La testa della bimba era molto alta, ma dopo circa un’ora di spinte sono riuscita a sentirla e quando ho visto l’ostetrica mettere i guanti e il camice sterili e aprire la porta gridando alla collega: “nasceee” ho capito che ce l’avevo fatta. La testolina è uscita e dopo un minuto è uscito il corpicino della mia piccola. Io e mio marito (seduto dietro di me) l’abbiamo accolta, questa volta vicini, abbracciati e pieni di gioia e lui, come tutti gli altri, non faceva che ripetermi quanto ero stata brava.

Grazie all’ostetrica e alla ginecologa di turno che controllavano la respirazione durante l’espulsione, non mi sono lacerata e non ho avuto bisogno di nessun punto. La piccola Amelia è nata alle 11.46 del 18 febbraio 2013 e pesava 3.550 kg, a Rimini, a pochi passi da quella sala operatoria dove 34 mesi prima subivo il mio taglio cesareo. La adoro!!! E adoro anche il fratello, anche se non sono stata capace di partorirlo senza quel taglio cesareo. Mai non mi sarei sentita come il 18 febbraio, una mamma al 100 per cento, soddisfatta di me stessa come non lo sono mai stata. Sono uscita dalla sala smeraldo camminando, fiera del mio VBAC. 

Un VBAC mai contrastato da nessuno, ma sempre solo incoraggiato.

 

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