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Possibili risvolti psicologici di un taglio cesareo

La gravidanza rappresenta un momento evolutivo fondamentale dello sviluppo dell’identità femminile. E’ un evento comune a tante donne ma vissuto in maniera differente da ciascuna di esse, a causa della molteplicità di fattori familiari, emotivi, culturali che influenzano la futura mamma, un’esperienza che comincia dal concepimento e che modifica la realtà interna ed esterna della donna, del partner e di altri eventuali figli. L’esperienza della maternità contribuisce a trasformare in maniera permanente la vita di una donna, in quanto implica l’attivazione di sentimenti personali, ricordi e immagini inconsce, legati molto spesso alle proprie relazioni infantili (Raphael-Leff, 2014). Inoltre, il parto sancisce a livello simbolico la rottura dell’unione simbiotica che caratterizza madre e bambino durante tutto il periodo gestazionale (Breen, 1992). Con la nascita, infatti, la mamma inizia a concepire il bambino non più come parte di sé, ma come individuo autonomo, sia dal punto di vista fisico che psicologico.

Sulla base di ciò è possibile comprendere quale importanza assuma il parto naturale e come, spesso, con il parto cesareo vengono modificati alcuni aspetti di questo momento così importante, tanto da sottovalutare quelli che sono i risvolti psicologici che questo intervento porta con sé.

Una delle conseguenze psicologiche più significative del parto cesareo è data dalla possibile compromissione della relazione madre-bambino. Negli anni ’50 uno psicologo e psicoanalista britannico, John Bowlby, cominciò a parlare di processo di attaccamento tra il neonato e l’adulto, mettendo in evidenza come la nascita fosse un momento decisamente critico per lo sviluppo della personalità di ciascun individuo (“Il comportamento d’attaccamento condiziona l’essere umano dalla culla alla tomba”, Bowlby, 1979). Nel corso degli anni ’70 cominciò a diffondersi sempre più la consapevolezza che i processi di attaccamento, e in particolare la relazione madre-bambino, avvenivano molto precocemente. Col termine bonding, si intende un processo fisico, emozionale, ormonale e spirituale, di legame, di relazione di accudimento tra madre, bambino e padre (Klaus e Kennell, 1982). Si tratta, infatti, di un processo complesso e articolato, condizionato dall’ambiente, dalle caratteristiche dei genitori, dallo stato di salute della mamma e del bambino e dal tipo di parto. Certamente, il parto naturale favorisce l’immediata interazione tra mamma e bambino, al contrario, nella fase post operatoria del taglio cesareo, la mamma accusa dolori e spesso non può muoversi agevolmente: ciò può limitare i primi scambi, con grande senso di frustrazione per entrambi. 

Il parto costituisce un momento critico non solo per la mamma, ma anche per il nascituro. Nel primo caso, esso rappresenta un momento di rottura con lo stato precedente, la gravidanza, e la necessità di una riorganizzazione sia fisica che cognitiva per la donna: il passaggio dal “bambino immaginato” al “bambino reale” toccato e veduto (Lebovici, 1983) e la sensazione di uno “spazio vuoto” (Ferraro, Nunziante Cesaro, 1992). Dal punto di vista del neonato, il parto spontaneo rappresenta un passaggio graduale, in quanto passa da un luogo caldo e rassicurante, ad un luogo completamente diverso caratterizzato da rumori e luci forti. Il parto cesareo, invece, determina un cambiamento brusco, senza l’accompagnamento delle spinte materne, che rappresenta l’ultimo contatto fusionale tra la madre e il piccolo. Il primo contatto tra i due rappresenta il mezzo privilegiato per ritrovare la sensazione rassicurante, vissuta nei nove mesi e persa improvvisamente.

Un altro elemento da evidenziare è che il taglio cesareo è un intervento chirurgico e, in quanto tale, potrebbe portare ad accomunare l’esperienza del parto ad un malattia, incorrendo così nella rischiosa “patologizzazione” del parto. Con il taglio cesareo la donna assume un ruolo passivo, che spesso porta ad esperire un sentimento di inadeguatezza, che può durare nel tempo e influenzare anche successivamente il rapporto madre-figlio. “Mi sento una mamma a metà”, “....e se l’avessi potuto evitare?”, sono spesso i pensieri che emergono dai racconti delle donne che hanno subito un parto cesareo. Alcune donne, infatti, si trovano a fare i conti con i sentimenti di colpa, vergogna e tristezza derivati dal senso di fallimento e dal difficile confronto con mamme che hanno vissuto l’esperienza del parto naturale. In altre, ancora, il fatto di non aver partecipato all’evento potrebbe creare difficoltà nel riconoscimento del bambino come proprio figlio. Sembra che il fatto di non aver partecipato al parto, ma di averlo subito in forma passiva crei difficoltà nel riconoscere il figlio in quel bambino appena nato “artificialmente”, anche se le cose non stanno proprio così.

Per fortuna, il più delle volte, i vissuti emotivi esperiti dalla donna dopo un parto cesareo rientrano in una condizione naturale e remissiva, cioè temporanea. Nel caso in cui il disagio emotivo si protragga per diverse settimane, vi è la possibilità di andare incontro ad una condizione psicopatologica in cui si rende necessario predisporre una valutazione più approfondita da parte di uno specialista. 

Uno studio pubblicato nel 2011 dai ricercatori della Yang-Ming University di Taiwan, su oltre diecimila mamme, ha rivelato che le donne che avevano partorito per mezzo del taglio cesareo erano più a rischio di depressione post-partum. In più, se il parto era stato pianificato, il rischio di depressione aumentava del 48% rispetto ad un cesareo avvenuto in una situazione di emergenza. Sarebbero il senso di fallimento e la perdita di controllo, secondo gli studiosi, i principali sospettati di aver un ruolo nella manifestazione del disturbo. La depressione post-partum è, infatti, un disturbo dell’umore che colpisce alcune donne nel periodo immediatamente successivo al parto. Nelle prime settimane dopo il parto, si preferisce parlare di maternity blues o malinconia, una forma di disagio piuttosto diffusa e che, nella maggioranza dei casi, si risolve da sola. I sintomi che caratterizzano la depressione post-partum sono crisi di pianto, cambiamenti di umore, irritabilità generale, perdita dell’appetito, insonnia o all’opposto difficoltà a rimanere svegli, assenza di interesse nelle attività quotidiane e/o verso il neonato. 

Oggi la scienza rende l’esperienza del parto sempre più sicura, per questo partorire oggi non è la stessa cosa che partorire cento anni fa. Nonostante ciò, il parto resta uno degli eventi più stressanti nella vita di una donna. Un momento nel quale il dolore intenso porta ad esperire sensazioni estreme di perdita di controllo e timore per la propria e altrui incolumità. A maggior ragione ciò può succedere se il corso fisiologico del travaglio viene interrotto bruscamente e si fa ricorso al taglio cesareo. In questo caso, la donna accetta di sacrificare la propria integrità fisica, rinunciando a molti aspetti inerenti alla propria immagine di sé come madre ideale. Il cesareo d’urgenza, come tutti gli eventi traumatici, espone la mamma al rischio di un blocco nella risposta corporea all'avvenimento imprevisto. In conseguenza di ciò, si può arrivare ad esperire dei veri e propri sintomi post-traumatici, ovvero delle reazioni psicofisiologiche incomplete tenute in sospeso dalla paura (Levine, 2002). I sintomi accusati in conseguenza di un evento traumatico possono comprendere comportamenti di evitamento, attraverso la ferma volontà di non avere più figli, la presenza di flashback, ovvero pensieri intrusivi sottoforma di immagini, scene o sensazioni che rievocano l’accadimento, stati d’ansia generalizzata e abbassamento del tono dell’umore, fino ad arrivare a veri e propri disturbi fisici, come vertigini, nausea, disordini mestruali e variazioni del desiderio sessuale.

Quanto detto non vuole demonizzare il parto cesareo, al contrario si intende evidenziare l’importanza di una decisione libera e consapevole, valutando i pro e i contro e scegliendo la forma di parto maggiormente adeguata a ciascuna situazione. E’ molto importante ricordare che qualsiasi forma di parto si scelga o si è costretti a scegliere, devono essere tenute in considerazione le conseguenze fisiche e psicologiche che esso porta con sé. In conclusione, il benessere psicofisico non può e non deve prescindere dall'attuazione di interventi di prevenzione di tipo psicoeducazionale che permettono alla donna, ancor prima che madre, di arginare eventuali problematiche relative alle proprie relazioni interpersonali e a fronte della propria resilienza. 

Dott.ssa Pasqua Mercuri, Ph.D.

Psicologa Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, con esperienza biennale presso il Consultorio familiare- Dipartimento di Prevenzione, ASL di Pescara

Dottore di ricerca in Neuroscienze cognitive

 

 

 

 

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